Racconti dal Faerun
Alba e birra
Ayman yn Hashan el Harvessar · 12/9/2026, 00:51:35
Tre cose sugli orsogufi
Il mezzelfo attese che la ragazza col grembiule posasse sul tavolo l’ultima brocca, in modo da poter allungare lo sguardo verso la scollatura, senza fare assolutamente nulla per nascondere il gesto. Quando lei incrociò il suo sguardo, lui le rivolse un occhiolino, senza dare troppo peso alla faccenda. Poi si voltò verso gli astanti, gente presa a caso con qualche “offro io” detto qui e là mentre raggiungeva il bancone.
«Tre cose dovete sapere, sugli orsogufi».
La sala odorava di birra, legna bruciata e stufato. Due guardie fuori servizio giocavano ai dadi accanto al camino, mentre nell’angolo opposto un uomo dormiva con la fronte sul tavolo e una mano ancora stretta attorno al boccale vuoto.
Il mezzelfo era in piedi, nello spazio fra due panche, con la naturalezza di chi era convinto di meritare di stare al centro della sala. Giacca da marinaio rossa fiammante bordata d’oro, una camicia di un dorato evidentemente costoso, nessuna arma in vista. Ogni tanto oscillava sui talloni, assecondando il rollio immaginario di un mare che esisteva solo nella sua memoria. La mano destra accompagnava le parole; la sinistra, meno disinvolta, tornava di tanto in tanto a premere contro il fianco. Quando aprì il braccio per indicare a un mezzorco guercio uno dei boccali appena riempti, sotto gli abiti affiorò un lembo di fasciatura.
Sollevò tre dita.
«La prima è che puzzano. Ma non come un cane bagnato o un pescatore dopo una giornata di onesto lavoro. Un orsogufo puzza come la sentina di un mercantile calishita rimasto tre settimane senza vento, con una capra morta sotto le assi» disse abbassando il primo dito.
Una delle guardie smise di agitare i dadi e gli lanciò un’occhiata che voleva dire “questa non fa ridere”. Probabilmente gli aveva fatto riaffiorare qualche ricordo sgradevole.
«La seconda è che sono veloci» continuò «voi vedete quelle zampe tozze e quel culone coperto di piume e pensate: “Ayman, una simile disgrazia della natura non potrà mai raggiungere un uomo con due gambe sane”». Qualcuno rise. Ayman abbassò un altro dito.
«Io penserei solo a correre!» gli rispose qualcuno di rimando.
Il mezzelfo gli rivolse uno sguardo paziente.
«Si, tu gli dai le spalle, così poi se sei fortunato qualcuno trova i tuoi resti nel bosco. Un orsogufo in carica arriva come una scialuppa con il fortunale alle spalle e nessuno al timone. Con la differenza che la scialuppa, quando ti prende, di solito non torna indietro per morderti».
Rimase con un solo dito alzato. Lo contemplò, poi si chinò verso il boccale e lo prese con quella mano, lasciando l’altra ferma, come a far riposare il braccio. Il movimento gli strappò comunque un respiro corto. Fu una cosa piccola. Una pausa nel sorriso, le dita ferme sul manico. Quando tornò a raddrizzarsi, aveva già ripreso la sua espressione insolente.
«La terza ve la dico dopo».
«Te la sei dimenticata?» chiese un nano.
«No. Sto valutando se siete un pubblico che se la merita. Tu no di certo, per esempio!».
Qualche risata lo raggiunse dalla panca accanto. Qualcuno trascinò uno sgabello. La ragazza col grembiule ripassò, diretta verso la cucina, e rallentò quanto bastava per farsi lanciare un’altra occhiata.
«Quanto era grosso?» chiese una guardia.
Ayman sollevò una mano sopra la testa. «Così, da steso», gli rispose.
«E voi sareste andati a cacciarlo?» lo incalzò un mercante di stoffe che si stava preparando per ripartire.
Il mezzelfo lo guardò inarcando un sopracciglio.
«Per le sottane fradice di Umberlee, no. Noi cercavamo lucertole».
Lasciò che la frase facesse il giro della tavolata.
«Tutta la faccenda era cominciata con un halfling che aveva bisogno di una mano per fare affari con una pellettiera».
Posò finalmente il boccale.
«Avrei dovuto chiedere quanto grandi fossero, quelle lucertole».

***
E insomma, quest’halfling, Joy, aveva una commissione da prendere e un problema preliminare: la donna che poteva affidargliela non voleva più fare affari con lui. C’era di mezzo una vecchia faccenda rimasta in sospeso. Quanto vecchia, e quanto sospesa, Ayman non lo sapeva di preciso. Aveva però passato abbastanza anni nei porti da riconoscere l’espressione di chi preferiva presentarsi a un banco con un’altra faccia davanti alla propria.
«Dunque ti serve qualcuno che parli con lei», aveva chiesto all’hin.
La spiegazione, spogliata delle sue parti non dette, portava esattamente lì. Asciugato il sudore del lavoro appena finito, sistemata la camicia e rimessi a posto i cinturoni, era quindi partito con in faccia il sorriso che serve quando un attracco riesce male e qualcuno vuole sapere chi fosse al timone.
La bottega della pellettiera aveva un odore di stiva carica di cuoio: grasso, pellame, umidità trattenuta nelle pieghe. Sulle superfici di lavoro si vedevano attrezzi consumati dall’uso, lembi ritagliati, materiali che sembravano solo tanti modi diversi per fare la stessa cintura.
La richiesta della donna, in realtà, era abbastanza semplice: pelli di rettile. Niente recuperi in un relitto, nessun carico da sottrarre a gente armata, nessuna porta da tenere chiusa giusto il tempo necessario a filarsela mentre un ogre tentava di sfondarla. Occorreva raggiungere il posto giusto, trovare qualche rettile e riportarne le pelli. Ayman aveva sentito descrivere nello stesso modo parecchi lavori che erano finiti male, ma aveva accettato comunque, per non scontentare l’hin.

A condurli verso le paludi a nord di Baldur’s Gate fu Amara. Era una guida, e appena lasciarono i percorsi più comodi fu evidente quanto fosse utile. Sceglieva dove passare e per non fare una brutta fine bastava guardare dove lei aveva messo i piedi. Fra gli alberi la luce arrivava a strisce. Le foglie bagnate coprivano radici e avvallamenti. Oltre i tronchi, chiazze d’acqua scura riflettevano il cielo senza lasciar vedere cosa ci fosse sotto. L’aria sapeva di vegetazione marcia e terra smossa. Gli insetti avevano individuato sotto la bandana un punto che consideravano particolarmente promettente. “In mare, almeno, quando qualcosa vuole il tuo sangue ha la cortesia di mostrarti prima una pinna”, aveva pensato.
Ayman continuò a seguire Amara, tra un’imboscata e l’altra. Portava l’equipaggiamento ben stretto al corpo. Le cinghie non penzolavano, le impugnature dei kukri rimanevano libere, il pettorale di piastre placcato d’ottone lasciava abbastanza liberi i movimenti. Fra sartie e gomene aveva imparato presto che una fibbia impigliata poteva costare molto più di una bestemmia.
Qui si impigliava anche tutto il resto.
Un ramo gli agganciò un lembo di stoffa. Ayman si fermò, lo liberò con cura e gli rivolse un’occhiata ostile. «Anche gli alberi. Magnifico» esclamò.
Amara continuava a precederli e Joy avanzava a controllare se c’era qualcuno appostato. Ayman osservava il margine delle pozze, cercando di capire dove potesse finire un rettile e cominciare un tronco. Ogni tanto distingueva un movimento. Il più delle volte, quando tornava a guardare, non c’era già più nulla.
A un certo punto, qualcosa spezzò la vegetazione davanti a loro. Un rumore pesante, troppo vicino. Ayman voltò la testa. Vide le fronde scuotersi, un lampo di occhi gialli, piume che riempivano lo spazio fra due tronchi.
Le mani raggiunsero le lame. In un battito, era in posizione.
«Quello» riuscì a dire «non è un rettile».

L’orsogufo gli arrivò addosso prima che potesse completare il passo.
Ayman aveva appena estratto i kukri. Piantò uno stivale, girò la spalla e cercò di sottrarre il petto all’urto, ma il terreno cedette sotto il tallone. Poi sentì soltanto il peso. L’aria gli uscì dai polmoni con un suono strozzato. Per un istante non ci fu più spazio per respirare né per capire dove fossero finiti gli altri. Aveva piume davanti agli occhi, un odore acre nel naso e un piede che cercava invano un appoggio mentre arretrava.
Un artiglio gli passò addosso, appena sotto al bordo della piastra. La stoffa cedette prima che arrivasse il dolore. Ayman colpì verso la massa che lo schiacciava e riuscì a guadagnare lo spazio per un respiro. Nemmeno il tempo di scansarsi, che il becco tornò a cercarlo e gli si chiuse addosso. Il dolore cambiò, diventò profondo e gli fece perdere per un momento la presa sul mondo.
«Maledetto…»
Non ebbe fiato per finire.
Joy si era portato sul fianco della creatura. Ayman lo vide oltre una zampa, piccolo e rapido fra il fango e le radici, con la lama pronta. Dall’altra parte si muoveva Amara.
Erano ancora lì.
Strinse i denti e tenne i kukri davanti al corpo.
L’orsogufo colpì di nuovo.
Ayman riuscì a spostarsi abbastanza da non prenderlo come prima, ma sentì ugualmente gli artigli, il bruciore che si allargava, il calore del sangue sotto gli abiti. Il braccio gli tremò. Aveva provato a inspirare a fondo e aveva scoperto che non poteva.
La bestia gli riempiva tutta la vista. “Ancora un passo”, pensò. Trovò una radice col tallone, finalmente. La usò per fermarsi.
Joy impegnava la bestia di lato. Amara la colpiva ripetutamente e taglio dopo taglio allentava la pressione dell’assalto su di lui. Per un attimo, la visione dei capelli rossi sopra il dorso dell’orsogufo gli parve assurda: la ragazza arrampicata, le lame che affondavano fra le piume, Joy sul fianco e lui davanti, con il sangue che gli colava lungo le dita.
Sollevò un kukri. Non avrebbe saputo dire se gli restasse la forza per un altro affondo, ma lo portò comunque in posizione. La creatura, però, crollò di faccia a terra, e Ayman rimase a fissarla. Aspettò che si muovesse ancora. Il sangue gli batteva nelle orecchie. Aveva una lama alta e l’altra più in basso di quanto ricordasse di averla lasciata. Le dita continuavano a stringere le impugnature, le nocche bianche per la stretta acuita dal dolore.
Fece un respiro breve. Poi un altro. L’orsogufo non si rialzò. Provò a deglutire e trovò il sapore del ferro. «Morto» constatò, inutilmente.
Cercò qualcosa a cui appoggiarsi, ma non c’era niente a portata e per non cadere nel fango si poggiò su un ginocchio. Soltanto allora guardò il sangue. Ce n’era troppo.
Per alcuni istanti rimase zitto. Sentiva il freddo sulla pelle sudata e non riusciva a togliersi dalla testa quanto poco fosse mancato. Gli bastava immaginare un altro colpo per capire che non sarebbe bastato un guaritore.
Joy gli si avvicinò e cominciò a fasciargli le ferite. Ayman cercò di aiutarlo. Spostò una mano, la rimise dov’era, poi si arrese a lasciarlo lavorare.
Amara gli disse che era un uomo coraggioso. Ayman alzò gli occhi verso di lei.
Aveva pronta una risposta. Qualcosa sul fatto che il coraggio fosse soltanto una delle sue numerose qualità, probabilmente. La battuta rimase dov’era.
Guardò l’orsogufo. Poi le mani di Joy sulla fasciatura. «Finché resto vivo» disse piano, senza cercare il sorriso o la posa trionfale, come se comportarsi altrimenti non gli fosse nemmeno venuto in mente.
Mentre Joy finiva di sistemare le bende, Ayman notò il suo taglio. Gli posò una mano sulla ferita. Il gesto aveva una delicatezza inaspettata per quelle dita ancora sporche di fango e sangue. Chinò appena il capo. Sotto il palmo si raccolse un tepore lieve, il sangue smise di uscire e i margini del taglio tornarono a unirsi. Ayman tenne la mano ferma ancora un istante, poi la ritirò.
Senza controllare il risultato, disse solo «ecco, ora sei a posto».
La ricerca dei rettili proseguì con un passo meno allegro. Ayman aveva smesso di discutere con gli alberi. Ora risparmiava il fiato per le salite, gli avvallamenti e tutti quei movimenti che, fino a poco prima, aveva compiuto senza pensarci.
Trovarono anche i coccodrilli. Visti da vicino, gli suggerirono che alla pellettiera sarebbe convenuto specificare meglio quali parti della commissione potessero tentare di mangiarti. Le loro pelli risultarono troppo dure per il lavoro richiesto, e a tenerle fu Joy. Ayman lo osservò occuparsene. Vennero poi i serpenti e le lucertole giganti. Finalmente animali che corrispondevano alla richiesta e che permettevano di dare un senso al viaggio, alle bende e al fango.
Quando ebbero finito, divisero rapidamente il bottino e rientrarono.

***
In locanda, uno dei due soldati si sporse verso di lui.
«Quindi, l’orsogufo lo ha ammazzato la ragazza.»
«Sì, il grosso del lavoro l’ha fatto lei», gli rispose Ayman.
«E tu?» lo incalzò la guardia, deciso a fargli passare quel sorriso strafottente.
Ayman abbassò gli occhi sulle fasciature, poi li rialzò sul tavolo.
«Io ho avuto una conversazione molto ravvicinata con la parte davanti. Deve avermi preso per un albero su cui farsi le unghie».
Durante il racconto si era avvicinato più di qualcuno, e ora le risate arrivavano anche dalle sue spalle. Bevve un altro sorso e posò il boccale, soddisfatto.
«E la terza cosa?» domandò a quel punto la ragazza col grembiule.
Ayman la guardò. «Quale terza cosa?».
«Sugli orsogufi».
«Ah, è vero» le rispose sollevando di nuovo un dito. Questa volta lo tenne vicino al petto.
«Quando ne incontri uno e ti lascia abbastanza intero da poterne raccontare la storia, ricordati chi avevi accanto».