Racconti dal Faerun
Affari tra le dune
Harester · 22/7/2025, 13:55:02
A miglia e miglia di distanza, nella Perla del Deserto, il Syl-Pashà era costretto ad accettare il desiderio delle famiglie nobili e delle varie potenze commerciali, stranamente unite nella richiesta, a chiudere il commercio con Baldur's Gate. Per una città come Calimport, in fondo, il Gate era poco più di un granello di sabbia nel deserto: un comodo approdo commerciale, sì, ma una città relativamente piccola, che poco dava nel totale delle entrate cittadine. La situazione vista al contrario era però ben diversa; per il Gate, Calimport era una piazza importante, uno dei porti commerciali — se non il più grande e ricco del Faerûn. Non sarebbe stato riduttivo considerare un decimo del commercio estero cittadino balduriano diretto verso le sue coste tramite la tratta marina.
Chiudere il commercio in questo momento, in cui ogni entrata era essenziale per riparare i danni del ferro marcio e per rifornire le scorte cittadine, era un disastro. Per di più, non accettare navi che attraccavano per i territori di Baldur's Gate avrebbe limitato anche compagnie che facevano scalo in più città, con un effetto a catena che avrebbe reso la situazione ancora più cupa di quello che già non fosse.
Seppure rimanere per relazioni diplomatiche a Calimport gli avesse permesso di evitare gli orrori della patria, per Teodore Rafine, il duro lavoro cominciava adesso. Aveva provato più volte a farsi accettare dal Syl-Pashà e altri importanti personaggi della città per fargli cambiare idea, invano. Seppure i Granduchi chiedessero a gran voce di sistemare la faccenda con miriadi di missive, assieme alle insistenze delle molte compagnie commerciali, far valere la propria voce senza un peso monetario a Calimport era un'impresa titanica, più probabilmente impossibile. Era tempo di indebitarsi con i compagni dell'Alleanza dei Lord e chiedere aiuto e finanziamenti, lasciando perdere possibili ricadute di immagine; con maggiori attori all'interno della trattativa, le cose sarebbero state più semplici da risolvere. Teodore aprì la boccetta di inchiostro nuova, intingendo il calamaio, e cominciò a scrivere con attenzione verso il Granduca Silvershield.
«Entar, caro amico e mio buon signore,
sono ricolmo di gioia e di enorme sollievo sapendo che l’attentato ai vostri danni è fallito e la situazione lì al nord vede finalmente possibili soluzioni. Purtroppo la situazione qui a Calimport è complessa e sarà necessario maggior peso e risorse per smuovere le avidi menti...»
Teodore si leccò l’indice e il pollice per spostare le pagine di alcuni documenti che stava leggendo mentre scriveva; cominciò a sentirsi improvvisamente stanco, la penna difficile da reggere, la vista offuscata. Inizialmente pensò a un colpo di caldo, provando ad alzarsi per recuperare un bicchiere d'acqua, ma le gambe già non rispondevano più al suo comando. La vista pian piano si fece opaca, il battito del cuore forte e sempre più lento batteva ora nei timpani. Con la mente ormai debole, intuì la sua situazione: veleno. Provò a urlare, invano: il diaframma aveva smesso di funzionare, e il fiato non gli tornava nei polmoni. L’ambasciatore della città dei duchi morì quel giorno, in una pozza di inchiostro, steso su documenti e missive mai finite.
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«La mia Jill! È la mia Jill, maledizione!» urlò il duca al Fiammante.
«Siete voi mercenari il problema! Fosse stato nella Città Alta, la Guardia cittadina l’avrebbe protetta!»
«La prego di calmarsi, duca Arold. Comprenderete che la situazione era… particolare.»
Il maggiore Carl provò a difendere il gruppo.
«Inoltre, capirete che non possiamo coprire ogni angolo della città… vostra figlia era andata a largo a festeggiare sulla Lanterna Fioca...»
«Schiavisti al Gate e voi non ne sapevate nulla… e volete anche controbattere!» rispose piccato Arold.
«E adesso la mia Jill chissà dove si trova...»
«Signore… abbiamo informazioni relative alla tratta della nave e sappiamo che è stata avvistata entrare nei Mari Scintillanti.» spiegò Carl.
«Calimport!? VUOI DIRE CHE LA MIA… la mia piccola...»
Gli occhi del duca si inumidirono.
«Chissà cosa le faranno in quella terra... voi dovete salvarla!»
«Ci stiamo muovendo come possiamo, duca, ma la situazione è complicata...» rispose nuovamente il maggiore.
«Vi sarebbe la possibilità di inviare poche truppe ad indagare, ma Calimport non è il Gate, non abbiamo autorità lì e, onestamente, neanche i fondi attualmente per coprire le spese del viaggio.»
«Spese!? Al diavolo le spese, posso occuparmene io! Dovessi spendere fino all’ultimo platino! Inviate qualcuno, andate a trovarla! Salvate mia figlia!»
Carl osservò la porta chiudersi, mentre una delle reclute si occupava di finire di scrivere il rapporto della scena a cui aveva assistito. Per il Pugno Fiammante, lavorare con i duchi era sempre stato complicato: nella loro Città Alta non volevano la presenza dei mercenari, ma quando c’erano dei problemi, eccoli a correre ad accusare e pretendere.
Quella maledetta viziata, poi… difficile stupirsi, dopo tutti questi anni di esperienza, di quanto idioti i giovani di ricche famiglie potessero essere. Un tempo almeno la Gilda avrebbe bloccato certe situazioni sul nascere, per evitare di attirare problemi verso di loro, ma sembrava che in questa maledetta crisi, niente lavorasse più come doveva in città.
La maggior parte delle truppe, inoltre, erano impegnate in diversi — una miriade — di problemi. Anche se Sarevok era caduto, trovare chi lo aveva fiancheggiato, indagare i nuovi emersi crimini ed eliminare i pochi pazzi rimasti per i territori era prioritario. Anche con il viaggio pagato, trovare personale competente e utilizzabile non sarebbe stato semplice.
Carl si mise a scrivere due missive, una lasciata al plotone dei due mezz’orchi e una al Canto dell’Elfa per le Sorelle di Fuoco:
siete convocati in caserma dal maggiore Carl per discutere dei vostri futuri compiti e assegnamenti.»
vi scrivo per tramite del Pugno Fiammante. Le nostre indagini sul malvivente che ha attentato alla vostra vita e la tratta di schiavi che sono a lui collegate, hanno portato verso sud, alla città di Calimport. Considerando gli enormi servigi forniti alla città e le vostre capacità, vorrei invitarvi in caserma per permettervi, qualora lo desideraste, di partecipare alle indagini. Nel caso siate interessate a saperne di più, venite pure alla sede del Pugno Fiammante e chiedete di parlare con il maggiore Carl.»
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I ricordi dello scontro erano ancora vividi nella sua testa: le fiamme affamate che avevano cercato di estinguere la sua vita, e la lama benedetta che trafiggeva il cuore della bestia. Antov Gravil sarebbe stato ricordato per i secoli dopo quest’impresa, e il nome del Dio del Mattino avrebbe preso forza in tutta la Costa. Uccidere un Drago Rosso non era, in fondo, un’impresa da poco — ma con l’aiuto di Lathander, niente era impossibile.
Una missione durata mesi, in terre lontane, con l’aiuto dei suoi valorosi compagni. Dopo ogni notte, anche la più buia, sorge sempre una nuova alba… ma questa sarebbe stata particolarmente abbagliante.
O almeno, così Antov pensava, finché non tornò alla magione di famiglia.
Il fratello era seduto al tavolo, intento a cenare. Una semplice brodaglia che gli dava comunque fastidio, che beveva tra mugugni di dolore e fastidio. Il viso era tumefatto, e denti visibilmente mancanti; era vero che l’aspetto in vita non era tutto, ma per una famiglia nobile, che doveva dare l’esempio, la presenza era comunque una parte fondamentale — e con Antov nel dovere e obbligo di servire il suo signore e dio, suo fratello Gustav avrebbe dovuto prendere in futuro il posto del padre alla guida della famiglia.
Gustav, dal canto suo, vedendo il fratello arrivare, chinò il capo nell’imbarazzo, per poi cominciare a spiegare:
«Quel cane degli Aviston, è stato lui…» esordì con la voce piena di rancore. «Sembra non sia riuscito a discostarsi dalla famiglia: canaglie loro, canaglia il figlio.»
Antov fissò per un attimo in silenzio il fratello. Malgrado i voti fatti al suo dio, era difficile fermare la rabbia che gli saliva fin sulle tempie.
«Una persona, per quanto nel torto, non è un cane, fratello… è nostro dovere mantenere sempre il giusto decoro. Sarai la nobiltà che guida il popolo un giorno. Spiegami cosa è successo, e come.»
«Lo abbiamo trovato al Canto, fratello… io e Ernest» disse, tra pause e piccole smorfie di dolore, mentre l’aria sibilava tra i denti mancanti. «Immagino vedendoci, ha ben deciso di imprecare al nostro dio per scherno, forse perché nostro padre fu quello che fece arrestare i suoi genitori… Ho risposto in difesa dell’onore di Lathander, fratello. Il figlio di criminali dovrebbe pulirsi la bocca prima di anche solo pronunciare il nome del Signore del Mattino.»
Antov fece semplicemente gesto di continuare, lasciando il fratello al suo racconto.
«Purtroppo, ammetto di aver lasciato il sangue salirmi alla testa. Ho provato a tirargli un pugno… credo… credo fosse quello che aspettava. Ci ha ridotti a uno straccio. A me ha spaccato i denti tirandomi un calcio quando ero già a terra, ma Ernest… gli ha spezzato il braccio, quel maledetto...»
«Capisco. Non posso dire che la tua condotta fosse impeccabile, ma lui… un vile, un codardo. Direi sia il caso di fargli una visita e pretendere le dovute scuse. Se lasciamo che canaglie del genere abbiano la loro, le persone penseranno che non ci siano conseguenze al male e agli abusi.
Non nascondo inoltre che, visto l’esempio che ha avuto crescendo, non mi stupirei nemmeno io se scoprissimo qualcosa di peggio sul suo conto. È nato e cresciuto con schiavisti, d’altronde.»
Il giorno seguente, tra il latrare allarmato dei cani, un boato enorme giunse ben udibile fino alla Città dei Duchi, assieme a una colonna di fumo proveniente dalle campagne distanti. Schegge di legno e detriti sparsi per centinaia di metri attorno al rudere di quella che era la casa di Jacob, di cui era rimasta intatta poco più di una stanza.
Soltanto Gustav era sopravvissuto, ustioni su metà del corpo. Del fratello e Jacob Aviston, non rimaneva traccia.
Difficile dimenticare quell’istante: un boato sordo, una luce abbagliante e poi un calore così intenso da bruciare la pelle, il corpo sbalzato come una piuma e scaraventato metri e metri indietro. Era un miracolo che lui fosse vivo — ma ciò non fermava le lacrime dal rigargli le gote.
La chiesa di Lathander pubblicò così una taglia:
«Un pericoloso criminale è stato trovato in possesso di materiale eretico, un tomo che parla di odio e teorie contro i nostri amati dei.
Lo stesso ha causato la morte di uno dei nostri più grandi servitori: Antov Gravil, paladino di Lathander e figura di esempio e rettitudine.
L'ultimo luogo in cui abbiamo notizia fosse stato visto, è la casa delle meraviglie a Baldur's gate.
Per chiunque riuscirà a trovare e portare alla giustizia, se possibile vivo, Grent Aviston, offriamo una ricompensa di 100 monete di platino.
Raccomandiamo la massima attenzione: l’uomo è pericoloso.»
Edited by Harester - 22/7/2025, 14:12
Kralizec · 7/8/2025, 14:45:54
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**Calimport, una città di Polvere e Sangue**
Ci teletrasportarono a Calimport al crepuscolo, e l’aria mi parve subito più pesante di quanto la magia potesse filtrare.
Avevo letto molto su questa città.
Nei tomi accademici la si descriveva come la gemma dorata del Calimshan, cuore pulsante di spezie, mercati e cultura.
Ma non c’era alcuna luce in quel cuore.
Solo ombre che strisciavano rapide lungo i muri, tra topi, scarafaggi, e occhi troppo vuoti per essere umani.
Una volta giunti avevo lo stomaco contratto. Marianne fu la prima a parlare, asciutta come sempre:
— Siamo arrivati.
Kas, il berserker, ringhiò qualcosa nella sua lingua. Capivo solo il tono: sdegno.
Dorian osservava tutto con lo sguardo del mercenario consumato, come se già calcolasse quanti coltelli ci sarebbero voluti per uscire vivi da lì.
Io, invece, pensavo.
Pensavo a quanto fosse fragile la dignità umana.
A Calimport, la vita vale meno di un sorso d'acqua. Bambini nudi vendevano sabbia colorata per due scellini di rame.
Donne e uomini a malapena coperti servivano padroni troppo grassi o troppo armati.
Razze diverse, catene uguali.
Non era la prima volta che vedevo la schiavitù.
Ma lì… era sistematica, culturale, insita nel respiro stesso della città.
Mi accorsi che non provavo più disgusto. Solo una stretta allo stomaco.
E fu allora che capii quanto stessi cambiando.
Non era una buona notizia.
—
Il nostro incarico era semplice, sulla carta: ripristinare i commerci.
Il Pashà, che regna col pugno dell’oro e il sorriso avvelenato, aveva chiuso i flussi per paura del contagio.
*La malattia del ferro*, dicevano.
Ma la peste era finita da tempo.
Quel timore era solo uno spauracchio.
O una scusa.
Il nostro contatto della Lega dei Mercanti, Ulmar, ci attendeva in una villa discreta ai margini dei bassifondi.
O almeno… ci avrebbe dovuto attendere.
Quando arrivammo, la casa era stata depredata: i poveri avevano fatto irruzione, avevano portato via ogni oggetto di valore.
Niente magie difensive, niente resistenza.
Solo il corpo di Ulmar, abbandonato sul pavimento con un coltello conficcato nel petto con precisione:
un sicario.
Mi inginocchiai accanto a lui. Cercai segni magici, incanti protettivi, rune…
Nulla. Solo morte.
Un tempo, quella vista mi avrebbe fatto vomitare.
Ora, pensai ai Bhaaliti.
A cosa avevo visto. .
E a quanto mi fossi abituato a convivere con l’orrore.
Non provai rimorso per quell’indurimento.
Solo fastidio.
Avrei preferito rimanere umano.
—
Ci serviva un rifugio. E quella casa, per quanto spogliata, aveva mura solide.
Kas si mise a procurare ferro. Marianne e Dorian si occuparono del sangue, ed io presi in mano gli attrezzi.
Avevo imparato a creare oggetti di ferro prima ancora di padroneggiare la prima formula di evocazione.
Mio padre, il Maniscalco del Mago Rovente, mi diceva sempre:
“Un incantesimo dura un momento. Un cancello ben fatto può fermare un’orda.”
Tre giorni dopo, la casa era una fortezza.
Sbarre alle finestre, una porta di ferro solida e dignitosa.
Non era bella, ma era nostra.
Un piccolo bastione contro il caos.
E poi c’era il cibo.
Iniziai a cucinare per i vicini, più per baratto che per altruismo.
Pane, piatto alle erbe, stufato di datteri e carne essiccata.
Il mercato sotterraneo apprezzava ed anche quello ai piani superiori.
Senza volerlo, guadagnavo monete e rispetto.
Talmos, il mago cuoco avrebbe fatto conoscere il suo nome a Calimport?
Non che mi importasse davvero.
Non era questo il mio destino. Ma era sopravvivenza.
E sopravvivere è una magia sottile.
Un incantesimo che si rinnova ogni mattina.
—
Ora, seduto sul tetto della nostra base, guardo i minareti dorati di Calimport svettare sopra il fumo.
Penso all’Impero Shoon, al culto del Sole, agli antichi archivi che spero di trovare sotto queste strade.
Sì, siamo qui per il commercio.
Ma io so che c’è altro.
C’è qualcosa in questa città. Qualcosa di antico.
Ed io intendo scoprirlo.
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Edited by Kralizec - 16/9/2025, 11:44
Kralizec · 2/10/2025, 22:59:54
Spoiler
♦║L’Alleanza degli Opposti║♦
Sulla sommità di una duna, al limitare della notte, Talmos Wilpeg stava immobile.
Il vento del deserto faceva danzare i lembi della sua veste, e la sabbia, scivolando in silenzio, pareva voler custodire l’eco delle sue parole.
In una mano stringeva il Grimorio, l’altra era protesa in avanti, tesa come a spezzare il velo che divide i mondi.
Tre mesi erano bastati a trasformarlo.
Non era più l’uomo che aveva lasciato Beregost con il passo incerto di chi insegue promesse.
Il viaggio lo aveva mutato, ed il libro che teneva ora fra le dita era stato il crogiolo della sua metamorfosi.
Lì, sulle pagine di quell’antico cimelio, si celava il marchio del tempo dei Shoon.
Il nome del suo creatore — il vero nome — aleggiava come un’ombra silenziosa, un sigillo che il mago non osava infrangere.
Eppure era grazie a lui, a quell’eredità di inchiostro e ossa, che Talmos aveva appreso in mesi, ciò che dieci anni di studio non gli avrebbero mai concesso.
Fortuna, certo.
Ma anche un'enorme azzardo.
Davanti a sé, nella penombra del deserto, stava per eseguire uno degli strani riti presenti nel tomo,
apparsi da quando avevano rinvenuto _quel_ bastone nella piramide...
L'incantesimo era una nota evocazione di Quinta Cerchia, ma recava una singolare e curiosa premessa:
il "Rituale di Presentazione".
Akh Malak era convinto (o forse così funzionava la Trama mille anni fa) che sapere in anticipo quale creatura sarebbe stata evocata,
avrebbe reso le "riproduzioni" effettive nettamente più solide e letali
E fra queste evocazioni, due creature lo avevano attirato particolarmente.
Erano stati entrambi evocati un millennio prima.
Akh Malak era stato un mago che aveva osato stringere catene d’ombra e di luce,
che per sopravvivere, non si era imposto alcun confine.
Talmos, in quel momento, usando calma e lucidità accademica, cercava di non vacillare.
La sua voce, seppur incrinata dallo sforzo, scandiva la litania, e le sillabe si confondevano con i sussurri del vento.
Era stupito, sì, ma anche concentrato: la paura non poteva essere una prigione.
Non ora.
L’opportunità che aveva davanti era più grande dei suoi dubbi.
La sabbia si agitò.
Non per il vento, ma per un fremito profondo, come se la duna stessa stesse trattenendo il respiro.
Le fiamme invisibili della magia si riversarono attorno a Talmos, increspando l’aria come uno specchio deformato.
Fu allora che il primo varco si lacerò, sprigionando l’odore acre di ferro e zolfo.
Dalle fenditure dell’aria si materializzò una sagoma massiccia, ricoperta di scaglie scure,
con barba di spuntoni metallici e occhi come pozzi incandescenti:
Vordlok, il Barbazu.
Il suo ruggito squarciò il silenzio del deserto.
E mentre ancora il suono di quella voce demoniaca vibrava nell’aria, un’altra luce si accese sul lato opposto del cerchio.
Bianca e fulgida, pura come le stelle del firmamento, si plasmò in una forma canina imponente, ma nobile:
Tharvion, l’Arconte Segugio.
I suoi occhi erano due astri, e attorno a lui il calore era diverso, carezzevole, come il tepore dell’alba dopo la notte.
Così, sulla cima della duna, il giovane mago si trovò davanti a un paradosso vivente:
l’ombra e la luce, l’inferno e Celestia, richiamati entrambi dal medesimo Grimorio.
Entrambi erano riluttanti, le loro presenze trattenute solo dal cerchio arcano che li inglobava.
Di fronte alle creature evocate, il mago iniziò il suo discorso.
"Mi presento, sono Talmos Wilpeg... o forse dovrei chiamarmi con il mio nome per intero: [Omissis],"
esordì, lasciando un breve silenzio dopo la presentazione.
Con uno sguardo che non ammetteva repliche, Talmos proseguì:
"Sto cercando di concludere quello che [Vero Nome di Akh Malak] non è riuscito a fare."
Fece un lieve accenno con la mano sul petto, senza distogliere lo sguardo dalle figure.
"Vi chiedo per favore...aiutatemi !"
concluse con una determinazione che non ammetteva discussioni.
Occhi piccoli d'un cupo verde che stavano trasformando una richiesta in un'inequivocabile comando.
Le due creature si fissarono vicendevolmente, poi quel cucciolo mortale.
Vordlok abbassò appena il capo, e la sua voce era un tuono cavernoso:
«Anche se volessi sgozzarti, questa...*indicando il cerchio* non mi permetterebbe di farlo.
Quel libro, lo ricordo. *breve ghigno diabolico*
Hai evocato Vordlok, la Falce Infame.
Ho falciato demoni a migliaia, difendendo le soglie dell’Averno.
Se hai quel tomo, allora ti servirò, ma.....quando non sarà più così..»
Gli spuntoni della sua barba danzarono eloquenti di minaccia.
Tharvion fissò il diavolo con sufficienza, la voce limpida come cristallo.
«Sempre a vantarti delle tue stragi, Vordlok *canzonatorio, per poi osservare Talmos*
Io, invece, da eoni proteggo i bastioni che conducono a Celestia.
Non un varco è stato creato, da quando io ed i miei compagni la vegliamo.
Questo è ciò che conta, non il sangue versato.»
Il Barbazu ghignò, mostrando le zanne come lame.
«Avamposti, mura… sempre così fiero delle tue sentinelle, Segugio.
Ti compiaci di briglie d’oro, mentre io spezzo le orde a colpi di lama.
Eppure, eccoci ancora qui, fianco a fianco.»
Tharvion non replicò, ma il suo silenzio era eloquente più di mille parole.
Il disprezzo reciproco era antico, eppure li univa la memoria di Akh Malak, ed ora, la sorpresa di un nuovo mortale che osava legarli di nuovo.
Il cerchio magico cominciò a dissolversi.
Le forme dei due svanivano, piegate dal tempo limitato di quella “presentazione”.
Prima di sparire, però, entrambi si voltarono verso Talmos, guardandolo in modo criptico.
E fu in quel momento che il nome taciuto della sua stirpe balzò al cuore di Talmos.
Il trisavolo dimenticato, la misteriosa “J.” che nessuno osava pronunciare nella sua famiglia,
e che aveva appena scandito con fierezza in faccia a quelle creature, forse,
avrebbe sorriso.
Edited by Kralizec - 3/10/2025, 20:41
Harester · 10/12/2025, 16:44:05
Non so quando ho smesso di credere che gli uomini potessero contare su qualcosa di diverso da se stessi.
Forse è accaduto lentamente, un pezzo alla volta, mentre osservavo città intere piegarsi non davanti ai nemici, ma davanti ai capricci di coloro che dovrebbero guidarle verso la luce. Gli dei… quale luce? Ogni volta che uno di loro interviene, il mondo trema, e a pagare sono sempre gli stessi: gli innocenti, i dimenticati, quelli che non hanno mai avuto scelta.
Da tempo vedo con chiarezza ciò che altri fingono di non vedere. Dietro i sorrisi e gli incensi, dietro i predicatori e i mercanti, dietro i pashà che parlano di stabilità, non c’è che la stessa fame: potere, controllo, dominio.
Il Rundeen crede di aver progettato un colpo perfetto, una rete di menzogne intrecciata attorno a una malattia, a una città in difficoltà, a una ragazza strappata alla sua casa per diventare merce di scambio.
Che illusione patetica.
Chi trama nell’ombra spesso dimentica che le ombre appartengono a tutti.
Il Pashà pensa di essere più furbo dei mercanti che usa come pedine. Crede di poter decidere il momento esatto in cui cambiare maschera, liberare la vittima, denunciare il complotto e uscirne come benefattore.
Conosco quest’uomo.
Conosco la sua arroganza.
E conosco il modo in cui tratta chi non è più utile ai suoi scopi.
Credo che si illuda di poter fare lo stesso con me e con i miei… ma non ha capito nulla. Io non sono qui per servire i suoi giochi. E i Senzadio non sono un coltello da impugnare e poi riporre.
Li osserva dall’alto, convinto di poterne prevedere i gesti. Non vede il fuoco che portano dentro. Non capisce cosa significhi aver compreso davvero quanto il divino sia marcio alla radice.
Gli uomini hanno sofferto abbastanza per colpe non loro.
Siamo cresciuti in un mondo plasmato da volontà che non comprendiamo e che non ci devono nulla.
Forse è giunto il momento di smettere di supplicare il cielo e di guardare, finalmente, la terra sotto i nostri piedi.
È fragile. È sporca. Ma è nostra.
So che altri stanno arrivando nella città.
Li ho già sentiti muoversi: mercanti che fingono di difendere interessi, soldati travestiti da investigatori, emissari di chiese che sorridono mentre pensano già alla condanna.
C’è chi dice che vengano per ristabilire equilibrio, per riportare ordine, per proteggere innocenti.
Balle.
La verità è che ognuno di loro serve un padrone.
E io non ho più intenzione di servire nessuno.
Che ci vedano come fanatici, criminali, eretici… non importa.
La storia ricorderà altro.
Ricorderà che qualcuno ha osato mettere in discussione un sistema che schiaccia chi vive e premia chi manipola.
Ricorderà che qualcuno ha detto che gli dei hanno avuto abbastanza potere, abbastanza tempo, abbastanza cadaveri su cui costruire i loro templi.
Gli uomini devono riprendersi Toril.
Non per governarlo in modo più giusto, ma per governarlo da soli.
Senza padroni celesti.
Senza miracoli che portano più morte che vita.
Se dobbiamo morire e ucciderci a vicenda, meglio sia almeno colpa nostra.
E così continuo a preparare ciò che deve accadere.
Un gesto pensato a lungo, calibrato, inevitabile.
Una scintilla che scuoterà la Costa della Spada, che riscriverà la mappa stessa dei suoi porti e delle sue certezze.
Una luce così intensa da cancellare, per i secoli a venire, la roccaforte di chi pretende di portare l’alba… mentre non ha fatto altro che gettare ombre.
Che il mondo lo capisca ora o dopo non ha importanza.
La verità ha bisogno di spazio per farsi sentire.
E io glielo darò.
A qualunque costo.
Alzò lo sguardo al cielo, un'arcata di roccia e stalattiti lievemente illuminata dal bagliore di pochi cristalli... Mancava poco ormai...
Harester · 2/1/2026, 15:34:08
Caleb scavava con le mani nude, le dita sanguinanti che non sembravano più appartenergli. Non sentiva il dolore, non sentiva il calore delle pietre ancora fumanti. Quando la trovò, il mondo si fermò.La sua bambina giaceva immobile, schiacciata dal peso di ciò che un tempo era stata la loro casa. Accanto a lei, mezzo sepolto, c’era il suo giocattolo preferito: una bambola di pezza, la lana che fuoriusciva dalla pancia squarciata. L’uomo la strinse al petto, urlando verso dèi che non rispondevano. Intorno a lui, le voci correvano più veloci delle fiamme. Stranieri. Avventurieri. Gente venuta da fuori, arrivata poco prima dell’esplosione. Qualcuno li aveva visti. Qualcuno lo giurava. Nel vuoto lasciato dal dolore, l’odio trovò terreno fertile. Un odio cieco, viscerale, che non aveva bisogno di prove, solo di un bersaglio.
E mentre il popolo piangeva, nel suo palazzo, il Syl-Pasha osservava carte e rapporti dai suoi vari agenti segreti. I suoi calcoli erano stati corretti. La distruzione del distretto e l’incendio di due quartieri avevano superato le stime più pessimistiche, ma il risultato finale restava invariato. Le perdite civili erano… spiacevoli. Necessarie, si disse. Un sacrificio amaro per un bene superiore: il suo dominio. Il caos generato avrebbe permesso di indirizzare la rabbia popolare, di additare il Rundeen come capro espiatorio, di giustificare nuove misure straordinarie e far sloggiare rapidamente possibili problemi. Più potere concentrato, meno voci discordanti. Calimport avrebbe implorato aiuto, ma le ricche famiglie mercantili non avevano ne i mezzi, ne i modi per offrirlo... lui invece...
In una sorta di bizzarro gioco di scatole cinese fatto di trame, un'altra figura contemplava la situazione... Tra le mura di Athkatla, in una stanza silenziosa, illuminata da luce azzurrina, un’elfa osservava una sfera di cristallo. Al suo interno, le immagini mostravano alcuni avventurieri di Baldur’s Gate che esploravano un’antica rovina sommersa. Seguiva i loro movimenti con curiosita', non si aspettava che facce nuove e inesperte sarebbero rimaste coinvolte nella faccenda; era forse la nascita di nuove generazioni di eroi? osservare la storia era sempre emozionante. Accanto a lei, aperto su un leggio, un tomo rilegato in pelle recava un titolo minaccioso: La Distruzione di Shanatar... pochi avrebbero pensato che una giovane elfa, potesse essere in possesso degli antichi piani dei bakkal per la distruzione dell'impero dei nani... ancora meno che un umano avrebbe potuto trovare una copia di tale libro, perduto nel tempo, per puro caso...
Eppure, quel libro era stato cruciale.
A sud, Calimport bruciava. Nell'amn, l'elfa rifletteva su quanto fosse stato semplice mettere in moto la macchina del caos. Non c’era mai stato un piano rigido, non necessari per chi non ha problemi di tempo, solo la consapevolezza che anche il più stabile degli equilibri poteva crollare con la giusta scintilla. Riportare il Calimshan sotto l’influenza di un’unica figura richiedeva disordine, paura, rabbia. D'altronde, era piu' facile prendere il potere, quando erano solo in pochi a detenerlo. Per installare un nuovo ordine insomma, era necessaria una scintilla di Caos.
«Zallanora?» chiamò una voce alle sue spalle, dolce e ignara, mentre bussava alla porta.
L’elfa chiuse la sfera con un gesto fluido e richiuse il libro nascondendo poi il tutto. Apri', mostrando un sorriso caldo, quasi innocente. «Arrivo, maestra.». E con passo leggero, lasciò la stanza, pronta per la sua lezione quotidiana, mentre Calimport continuava a bruciare.
Edited by Harester - 2/1/2026, 14:56
Kralizec · 9/1/2026, 15:13:36
Il fuoco non dorme mai.
Danza, consuma, ricorda.
La fiamma della candela davanti a me si piega come se respirasse, un sottile filo d’oro in mezzo alla pietra scura.
Gli Azer o i nani prima di loro, hanno costruito queste stanze perché resistessero al tempo.
Blocchi perfetti, incastrati con una precisione che nessun mortale di superficie possiede davvero.
Eppure, anche qui sotto, nel cuore dello Shanatar, il fuoco resta vivo.
Indomabile.
Lo fisso più a lungo di quanto dovrei.
Marianne forse dorme già nella stanza accanto con Kas che sicuramente russa come al solito.
Vaelric non dorme mai davvero, e Shinthia… Shinthia è un'enigma che nemmeno il sonno osa toccare.
Io invece ci provo. Invano.
Sei mesi fa, Beregost era lontana ma reale. Ora è lontana e fragile.
Calimport mi ha cambiato più di quanto voglia ammettere.
Non è stata solo la sabbia, né l’aria carica di intrighi e incenso, né gli antichi tomi nascosti sotto cupole dimenticate.
È stata la consapevolezza.
Sapere che la magia non è solo potere, ma struttura.
Mosaico. Incastro di volontà e geometria arcana.
La Chiave del Deserto riposa poco distante da me.
Non la guardo.
Gli artefatti, come certi pensieri, diventano più pericolosi quando li fissi troppo a lungo.
Quando abbiamo attivato la runa nella sala di Akim, l’ho sentito.
Quel momento preciso in cui il mondo decide che non tornerai indietro.
Il quadro del drago con ali spiegate, fauci serrate, si è dissolto come un ricordo mal raccontato,
e al suo posto appare un passaggio, uno specchio liquido.
Non rifletteva noi.
Rifletteva la scelta.
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Kas non ha esitato. Mai lo fa.
Io sì. Sempre.
Ma sono passato comunque.
Ora siamo qui. Shanatar.
Un nome che pesa come una condanna scolpita nella pietra.
Ho studiato la sua caduta a Calimport: i Bakkal, l’oscurità, il silenzio che ha inghiottito un regno intero.
Conoscere una rovina sui libri non ti prepara a sentirla sotto i piedi.
Grent è qui.
Un uomo che ha camminato accanto a un dio e ne è uscito vuoto.
O peggio: convinto che gli dei siano superflui. I Senza Dio non sono solo un culto.
Sono una ferita aperta nel tessuto stesso dei Reami.
E Beregost…
Beregost è un bersaglio.
Penso a mio fratello, alla sua voce calma durante i riti dell’alba.
Penso a mia sorella, al modo in cui sorride quando Lathander viene nominato, come se il mondo avesse ancora senso.
La Casa del Mattino non è solo pietra sacra. È casa. È origine.
È ciò che Grent vuole spezzare per dimostrare che nulla è intoccabile.
La fiamma della candela vacilla. Per un istante sembra quasi spegnersi.
La proteggo con la mano, istintivamente.
Forse è questo che sono diventato.
Uno che protegge piccole luci, mentre intorno si muovono forze che vorrebbero spegnerle per sempre.
Domani cercheremo la fonte.
Domani il passato di Shanatar proverà a divorarci come ha fatto con altri.
Domani potrei dover usare la Chiave in modi che non ho mai osato immaginare.
Ma stanotte resto qui.
Seduto. Sveglio. A guardare una fiamma che rifiuta di morire.
E mi prometto una cosa, nel silenzio di pietra e fuoco:
Grent non metterà piede a Beregost.
Non finché io respirerò.
Non finché la magia risponderà ancora al mio nome.
La candela continua a bruciare.
E per ora, è abbastanza.
Edited by Kralizec - 9/1/2026, 14:33
Kralizec · 11/2/2026, 20:37:29
~ Epilogo ~
La discesa verso Xothaerin fu il momento in cui smisi di pensare come uno studioso.
Fino ad allora avevo analizzato, osservato, cercato di comprendere.
Ma quando capii cosa Grent voleva davvero fare… tutto cambiò.
La Fonte di energia primordiale sotto Xothaerin non era una reliquia, né una curiosità arcana.
Era un’arma.
E il bersaglio era Beregost. La Casa del Canto del Mattino.
La mia casa, la mia famiglia.
Non ci fu più spazio per l’indecisione.
Non parlai a lungo ai miei compagni. Non serviva.
Mi bastò essere chiaro: precisione, rapidità, nessuna esitazione.
Non si trattava più di esplorare o sopravvivere.
Si trattava di arrivare prima che qualcuno accendesse una miccia.
E, dentro di me, accettai una cosa semplice.
Se fosse servito, sarei rimasto lì sotto.
La mia vita valeva meno di Beregost.
Non lo dissi ad alta voce. Ma lo sapevo.
—
Scendemmo nei cunicoli per giorni.
Pietra su pietra, oscurità su oscurità.
I Tlincalli dominavano quelle gallerie come predatori.
Li incontrammo più volte: corpi da scorpione, movimenti rapidi, ferocia determinata.
Combattemmo quando non ci lasciarono scelta.
E ogni volta imparai qualcosa su quanto la vita, lì sotto, fosse semplice: uccidere o essere uccisi.
Incontrammo anche i Drow.
Maschi, armati, guardinghi.
Non ci fidammo, non si fidarono.
Ma negoziammo.
Parole brevi, scambi veloci. Informazioni in cambio di passaggio.
Era un mondo dove la morale non aveva spazio. Solo necessità.
Continuammo.
Sempre più in basso.
—
Quando arrivammo a Xothaerin, lo capii subito.
Non per ciò che vedevo… ma per ciò che sentivo.
La pietra vibrava.
La Trama lì sotto non scorreva: premeva, spingeva, cercava una via.
La Fonte.
E con essa, i Senza Dio.
Erano armati di archibugi, pronti, organizzati.
Non fanatici allo sbando, ma uomini e donne convinti, determinati.
Combatterono come chi non teme la morte.
Anche noi.
La battaglia fu rapida e feroce.
Il suono degli spari rimbombava nelle sale di pietra.
Il fumo bruciava gli occhi, l’odore di polvere e sangue si mescolava a quello della roccia umida.
Quando finì, nessuno parlò.
Sapevamo che il vero scontro non era ancora iniziato.
—
Lo trovammo nel tempio.
Antico. Dedicato a Dumathoin, il custode dei segreti della terra.
Colonne spezzate, incisioni consumate, e al centro… la Fonte.
Grent era lì.
Quando ci vide, sorrise.
Non un sorriso umano, ma qualcosa di teso, fragile, come una crepa nella mente.
Aveva gli occhi di chi ha visto troppo e deciso di non tornare indietro.
Parlammo poco.
Tentammo, sì, di farlo ragionare.
Ma sapevo già che non avrebbe funzionato.
Quando capii che stava per agire, non pensai.
Mi mossi prima io.
“No, se ti fermiamo prima.”
Le parole uscirono da sole.
E con esse, tutto ciò che avevo.
Non lanciai un incantesimo come avevo fatto mille altre volte.
Non fu formula, né gesto. Fu volontà pura.
Presi la Trama e la strinsi, la piegai, la costrinsi a fermarlo.
Paralisi.
Tutta la mia concentrazione, tutta la mia mente, tutta la mia forza riversata in quell’istante.
E funzionò.
Grent rimase immobile, gli occhi spalancati per la sorpresa.
Non rabbia. Non odio. Solo incredulità.
Fu abbastanza.
I miei compagni agirono senza esitazione.
Quando cadde, la Fonte tremò.
Per un istante temetti che fosse troppo tardi, che qualcosa fosse già stato avviato.
Ma il silenzio rimase.
Beregost era salva.
—
All’uscita del tempio, fummo circondati.
Tlincalli.
Molti. Troppi.
Armi pronte, code tese, occhi fissi su di noi.
Ci fermammo.
Non combattemmo.
E loro… non attaccarono.
Non era esitazione. Non era timore.
Semplicemente, non erano lì per ucciderci.
Si muovevano con la sicurezza di chi sa di essere nel proprio territorio.
Perché lo era. Lo Shanatar, ormai, apparteneva a loro.
Venivano da un continente antico, lontano. Maztica.
Dalle parole che riuscimmo a scambiarci, ruvide e spezzate, capii abbastanza:
erano stati scacciati, depredati, privati delle loro terre dopo incursioni e saccheggi.
Non cercavano vendetta indiscriminata.
Cercavano una casa.
E l’avevano trovata lì, tra quelle rovine.
Noi non eravamo il nemico. Non più.
Ci studiarono a lungo.
Non come predatori… ma come si osservano intrusi che hanno appena compiuto qualcosa di significativo.
Qualcosa che aveva cambiato l’equilibrio.
Poi si fecero da parte.
Non per paura.
Per scelta.
La nostra guerra non era la loro.
Uno di loro avanzò, sicuramene un'incantatore ed attivò qualcosa.
Un congegno, forse, o una forma di magia che non avevo mai visto e per un istante,
la pietra, l’aria, il suono… tutto sembrò piegarsi su se stesso.
La luce si distorse.
Il mondo cedette.
E scomparimmo.
—
Quando riaprii gli occhi, il vento mi colpì il viso.
Erba. Luce. Cielo.
Le colline di Beregost.
Per un momento nessuno parlò.
Poi qualcuno rise.
Qualcun altro si sedette a terra.
Eravamo fuori.
Dopo mesi sotto la sabbia e la pietra, dopo sangue e oscurità, eravamo tornati.
Tutto era finito.
O quasi.
La figlia del duca era ancora nel sottosuolo, al sicuro.
Sapevo che prima o poi saremmo dovuti tornare per lei.
Ma non era più una corsa contro il tempo.
Non più una minaccia pronta a divorare la mia casa.
Gli affari tra le dune erano conclusi.
Per la prima volta dopo molto tempo, respirai senza sentire il peso della Trama sulle spalle.
E capii una cosa semplice.
Non ero sopravvissuto per caso.
E non ero più lo stesso uomo che era partito.
Qualcosa si era chiuso.
Qualcos’altro… stava forse appena iniziando?
~Fine~
Harester · 11/2/2026, 22:03:14
Calimport
I primi giorni dopo l’esplosione la città era stata colta alla sprovvista.
Il caos aveva invaso le strade insieme all’ansia e alla rabbia: urla nei vicoli stretti, il clangore metallico delle serrande abbassate in fretta, il fumo acre che si mescolava all’odore dolciastro delle spezie rovesciate nei bazar. Per settimane, il vento caldo del deserto aveva portato con sé cenere e sabbia, depositandole sui tetti color ocra e sulle cupole dorate.
Ma il tempo, come sempre, aveva presto fatto dimenticare agli indaffarati cittadini di Calimport.
I mercanti avevano ricominciato a contrattare a voce alta, le carovane a entrare dalle porte orientali con il tintinnio delle briglie e il lamento dei cammelli, i mendicanti a contendersi gli angoli più affollati. Il porto, mai davvero silenzioso, aveva ripreso il suo consueto frastuono: corde tese, vele che sbattono, marinai che imprecano in dieci lingue diverse mentre l’aria sapeva di salsedine, pece e pesce secco.
Se non per coloro che erano stati protagonisti di quella lunga e complessa vicenda:
Hal efel el Pastel si sfiorò la dentatura, buona parte ormai sostituita con denti d’argento finemente lavorati che brillavano quando parlava. Ogni volta che sorrideva, assieme al lieve clangore degli incisivi, poteva vedere l'invidia di chi gli stava di fronte.
Aveva ricevuto un messaggio dal suo “vecchio” padrone, che gli offriva una posizione da povero, senza sapere che ormai lui era un uomo libero. E non solo: aveva una posizione.
L’ufficio della Lega dei Mercanti, per quanto non nella posizione piu' in voga della città, era diventato la sua nuova dimora. Dalla passeggiata superiore poteva sentire il continuo brusio dei poveri nulla tenenti sottostanti: In onore del suo precedente padrone, aveva mantenuto l'usanza del giorno della zuppa alla Talmos, seppure fatta con ingredienti economici e scarti. In parte, vedere l'ammassarsi di affamati lo faceva sentire ora una persona piu'... importante
D'altronde, era grato al gruppo di eroi provenienti da Baldur’s Gate per ciò che avevano fatto, ma non abbastanza da accettare di vivere da schiavo per il resto dei suoi giorni.
Convincere la Lega dei Mercanti era stato più semplice del previsto: liberarlo e affidargli la gestione della piccola sede locale era, dopotutto, una scelta strategica. La voce che a Baldur’s Gate si stessero adottando schiavi avrebbe potuto creare non pochi problemi commerciali e nessuno la voleva far sapere anche solo lontamente collegamenti con schiavisti.
Ora aveva uno stipendio mensile, una posizione rispettabile, un luogo sicuro dove dormire.
E contatti. Molti contatti.
Interruppe i suoi pensieri mentre pagava il dovuto al corriere e consegnava la missiva per la spedizione. La ceralacca rossa si indurì sotto il suo sigillo. Forse sarebbe riuscito davvero a convincerla a tornare, forse avrebbe potuto riparare quell'uomo rotto che era diventato.
Nel frattempo, in un magazzino impregnato dell’odore di ferro e olio da armi, Andrud osservava l’insegna della sua nuova compagnia: La Compagnia dei Ratti.
Un tempo “Moneta Rovente”, recuperata pagando al fabbro l’affitto al posto del precedente coinquilino. Finalmente aveva svoltato. Il martellare ritmico proveniente dalla fucina appena comprata e dal suo nuovo schiavo\collaboratore goblin al lavoro, accompagnava i suoi pensieri mentre caricava su un carro tutto ciò che non era di valore sufficiente da tenere per finanziare la sua impresa. Il resto lo aveva mandato al Gate, alla Lega dei Mercanti, spedito a Vael. Alla fine almeno quello glielo doveva, erano pari Ora. Non sapeva, però, che sulla nave si sarebbero fregati tutto. Tutto, tranne quell’orrendo e minaccioso ratto che reputarono privo di alcun valore.
Contro ogni previsione, senza cibo, ma piena di rabbia e malvagità, La bestia, sopravvissuta a tutto, giunse viva e vegeta nei magazzini della Lega, tra casse di seta e barili di vino speziato. I suoi occhi intelligenti scrutavano dalle sbarre della gabbia, in attesa di essere consegnata al proprietario.
Qualcuno giurò di averlo sentita grattare il metallo durante la notte.
Il Califfo Arcano Eli el Beza era tornato al suo quartiere, tra torri sottili e giardini interni ombreggiati da palme. L’acqua scorreva nei canali di pietra, portando un suono fresco in contrasto con il caldo soffocante delle strade. Era stato usato dal Syl-Pashà, questo era innegabile. E sebbene la disavventura non gli avesse portato i guadagni sperati, non ne era uscito né coinvolto né danneggiato.
Anzi. Dopo quanto accaduto, era riuscito a convincere il Syl-Pashà ad aprire la prima enclave Thayan a Calimport. Le torri cremisi avrebbero presto svettato tra i minareti e le cupole, portando con sé l’odore pungente dei reagenti alchemici e il sussurro costante di incantesimi.
Aprire loro le porte della città significava averli in debito. Eli sorrise, mentre accarezzava il bordo di un antico tomo.
Li avrebbe sfruttati a dovere.
Dal balcone del suo palazzo, il Syl-Pashà osservava la città. Le lanterne iniziavano ad accendersi una a una, come stelle cadute tra i vicoli tortuosi. Aveva ottenuto ciò che voleva. Il Rundeen era stato ridimensionato, allontanato per anni dalla città e dai suoi commerci. Il costo era stato alto, miriadi di magazzini bruciati e molte vite spezzate, ma non lo aveva pagato lui.
Al largo, su una nave che fendendo il mare scuro si dirigeva verso le Nelanther, il signore degli schiavi del Rundeen fissava l’orizzonte. Il vento salmastro gli sferzava il volto mentre pensava agli altri capi, alle decisioni che li attendevano. Forse sarebbe stato necessario cercare nuove tratte. Nuovi agganci. Nuove alleanze.
Gli anni a venire sarebbero stati duri.
E forse antichi nemici sarebbero tornati a essere utili amici.
Intanto... Nelle profondità della terra, dove l’aria è umida e sa di pietra bagnata e funghi luminescenti, un piccolo villaggio di minatori nani era immerso in un silenzio pesante. Solo il rimbombo lontano dei picconi spezzava, di tanto in tanto, quell’immobilità. Piangevano i compagni rapiti. E soprattutto piangevano la perdita dell’unico vero custode del sapere di quell’antico luogo.
Senza di lui, nessuno ricordava più con esattezza le origini del clan, i giuramenti incisi nella roccia, le mappe segrete scavate nei cunicoli più profondi. Catturato, forse ucciso dagli uomini scorpione, aveva portato via con sé secoli di memoria. Dopo generazioni sopravvissute nelle profondità della terra, sarebbero stati costretti a dimenticare se stessi un frammento alla volta. E infine, forse, a scomparire.
Neppure gli avventurieri che erano giunti, promettendo aiuto, erano tornati, altre vittime di quelle maledette creature... Eppure… Ghord era davvero morto?
Infine...
Poco distante, in un villaggio scavato ai margini di una gigantesca caverna, una ragazza sedeva con il volto nascosto tra le mani. Le lacrime cadevano silenziose, mescolandosi all’umidità dell’aria. Era sola.
Le avevano chiesto di lavorare per mantenersi, di pagare per ciò che mangiava; A lei!. Ora che anche gli uomini di Grent l’avevano abbandonata, doveva scegliere.
Partire, tentando la risalita verso la superficie, tra cunicoli infestati e creature nell’ombra.
Oppure restare, serva di quel lurido hobgoblin, a pulire e sistemare il raccolto di funghi sotto la luce fredda dei cristalli....
Harester · 13/2/2026, 15:33:36
Ervard Legrand discuteva animatamente con l’amlakkar di fronte a lui. Dopo ben tre mesi di tratta e diverse soste, era finalmente arrivato in fondo alla via carovaniera.
«Cosa vuol dire che non posso entrare in città?! E come mi rifornisco di merce? Dove faccio riposare i marinai? Siamo in mare da un mese, per l’amor degli dei!»
«Le compagnie che hanno voluto, si sono prese magazzini qui al porto. Rifornitevi lì… la città è chiusa», rispose il calishita, annoiato dall’ennesima discussione con un volto nuovo. Pagato la fame e doveva anche sorbirsi tutti i rantoli di chi si sentiva offeso da decisioni non sue?
«Suvvia, qualche moneta potrebbe farvi cambiare sicuramente idea, no? È così che funziona qua, vero?»
Certo, qualche moneta per andare contro un ordine diretto del syl-pashà, con una città ancora fumante e volti incazzati ovunque… «Facciamo che quelle monete le prendo lo stesso, per non dire a nessuno del tentativo, e poi torni sulla nave… altrimenti abbiamo le celle provvisorie lì, senza latrine».
Sconfitto e con il borsello più leggero, fu costretto a dare la nuova ai suoi marinai.
E così, come Ervard, numerosi altri mercanti portavano la notizia della chiusura di Calimport per gli stranieri. Un’enorme esplosione aveva bruciato due quartieri della città, e le vite si contavano nelle migliaia. Una crisi era in atto, e per il tempo a venire la città sarebbe rimasta chiusa agli stranieri fino a quando le cose non si fossero normalizzate. Una questione di mesi, probabilmente: la perla delle sabbie non avrebbe retto di più, ma per qualche tempo la tratta sarebbe stata dura e la percentuale di rhum nel grog più alta, per mantenere i marinai felici.
Nel frattempo, alcuni funzionari della Lega dei Mercanti consegnavano lettere a Marianne Liverto e Talmos Wilpeg, identiche tra loro. Le parole, seppur semplici, recavano un avviso: un loro «lavoratore sotto contratto», tal Pastel, era stato promosso a capoufficio della sezione della Lega di Calimport. Il finale era piuttosto esplicativo:
«Visti i grandi servigi portati alla città nelle sue ultime disavventure, reputiamo consono sorvolare la faccenda… non vi sarà una seconda volta, però. Ci sono mercati che qui non sono ben accetti.»
In un’altra missiva, giunse notizia da consegnare a Vaelric. Scritta in maniera molto basilare, con una grafia al limite del leggibile, proveniva da un’amica, una certa Andrud. Parlava di una spedizione in procinto di arrivare al Gate e dei problemi legati alla città chiusa per i prossimi mesi. Spiegava che la sede l’aveva ritirata lei, aprendo la propria compagnia, e aveva preso in carico un lavoro lasciato in sospeso, promettendo di dare informazioni e di cercare di non rovinare il suo nome in città.
Infine, la lettera si chiudeva così:
«Hanno detto che sai chi sono, hanno detto anche di contattarli tramite quella che ti aveva spedito qua, per organizzare un incontro… Non farti ammazzare e buona vita.»