Racconti dal Faerun

La moneta rovente

Fael · 24/10/2025, 22:56:22

Notte.
La stanza odorava di ferro e fatica. Le monete tintinnavano nella sacca come gocce d’acqua in una cisterna vuota.
La transazione stava per concludersi quando bussarono. Tre colpi. Poi altri due, secchi, insistenti.

Alla porta un uomo delle quattro famiglie, o almeno così si presentò. Rundeen. Un nome sussurrato con la convinzione di chi pensa d’incutere rispetto.
Vaelric lo fissò senza una parola. Gli occhi spenti, il volto immobile. Quel nome non gli diceva nulla, e la cosa parve infastidire l’uomo più del dovuto.

Un lavoro, disse. Ben pagato.
Fare il ratto.
Vaelric osservò la moneta di platino tintinnare sul pavimento. Gli rotolò ai piedi e si fermò sul legno, come un punto fermo a una frase già scritta.
Non fu l’offerta a irritarlo, fu l’approccio.
Presentarsi davanti a lui senza sapere chi fosse davvero. Senza avere fatto i propri compiti. Vaelric non era un criminale di bassa lega.

Ma certe emozioni si pagano care, e Vaelric non era tipo da investire in rabbia.

Rimasto solo, rimuginò in silenzio. I suoi datori di lavoro erano troppo a Nord anche solo per pensare di chiedere consiglio in una situazione simile, e Calimport non era città per chi non ha radici.
Serve una rete, pensò. Una famiglia sotto cui far fiorire i propri interessi.
Calimport... dove la vita ha un prezzo preciso, e il sangue si pesa a monete. Forse non era un luogo così errato per fondare la sua compagnia.
E il denaro non manca mai a chi non interessa accummularlo.

Il giorno seguente, alla sede della Lega dei Mercanti, la voce di Vaelric risuonò piatta come suo solito, come se stesse offrendo un semplice lotto di metallo grezzo:

“I Rundeen mi hanno contattato. Vi interessa?”

Non voleva bruciare il lavoro con i Gonditi. Gli servivano vivi.
Avvisarli era una mossa ponderata, avrebbe avvisato anche il Rundeen.
Chiudeva una porta per aprirne due. Erano tutti mercanti d'altronde, nulla di personale.
Si chiedeva solo se qualcuno sarebbe riuscito a vedere l'opportunità.

Fael · 20/12/2025, 19:36:23

Il mantello non pendeva più.
Strisciava.

Un peso vivo sul braccio.
Squame dove prima c’era stoffa.
Le orecchie colme di un ronzio profondo, come legno che geme sotto il mare.

Un volto di donna.
Non uno solo: tentativi.
Linee sbagliate, ripensate.

Sulla corteccia: geometria in crescita.
Segmenti. Angoli.
Comprensione.

No.
Non era il signore del bosco.

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Era il Signore.

La maschera emerse — sangue rappreso, denti fissi in un ghigno antico.
Non parlava.
Entrava.

«Se sei chi sei, sai cosa chiedo.»

La risposta uscì dalla sua bocca, non dalla sua mente.

«…Non sei dove dovresti essere, Vaelric.»

Giusto.
Notte inutile.
Il lavoro non aspetta.
Il riposo è una menzogna che arriva solo alla fine.

Eppure—

«Non lo siamo tutti?» disse. «Ovunque e da nessuna parte. Sono dove devo essere, perché il dove pesa meno del quanto.»

Attesa.
Misura.

«Sei padrone dei dove e dei quando. Sei altrettanto padrone dei perché?»

Il mondo sbavò ai margini.
L’aria diventò vetro molle.

Un’ombra davanti a lui.
Una maga.
Un ramo.
Il vuoto.

Poetico.

«No. Non di quelli.»
Il braccio libero si chiuse attorno a lei.
«Per quelli ho questa. Sa più di quanto dovrebbe… e meno di quanto serva.»

La maschera rallentò.
Poi il suono tornò, più profondo.
Più vicino.

«Le persone e le cose di cui necessiti sono le prime che dovrai sacrificare… Vaelric.»

Il sibilo fu sacro.
Antico, grottesco nella sua gola.
Nella lingua che non perdona.

«Vieni a prendere ciò che è mio.»

Condivisione: no.
Sacrificio: no.
Il conquistato resta.
Il donato non si pretende.

Una risata secca.
Forse l’ultima.

«Sei ancora acerbo… Non è questo il momento.»

La maschera si disfece.
Mandala.
Perfetto.
Rosso.
Gocciolante.

Un lampo.
Una risata che non aveva direzione.

Lasciare.
Tenere.

Scelse.

Cadde.

Il cielo si allontanava con calma crudele.
Sempre più giù.
Sempre più scuro.

Impatto.
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Occhi aperti.
Voci attorno.
La maga ancora in alto.

Sangue caldo dalla nuca.
Nessun dolore.

Marchiò l’albero.
Non un simbolo.
Una promessa.

Ricordare.
Comprendere.
Far sua la Legge.

Fael · 13/2/2026, 00:26:18

La locanda del Canto dell’Elfa era calda.
Il letto morbido.
I vestiti puliti.
La donna fidata.
Era tutto perfetto, troppo perfetto.

Calimport era già un’ombra, eppure erano passate solo due settimane. e io non ero là a saldare. Avevo lasciato anime in sospeso. Crediti non riscossi. Debiti non chiusi. E non c’era modo di recuperarli nell’immediato.
Mi alzai. Il metallo che si incastrava nel pettorale fece quel suono secco, familiare. Un rumore che rassicura più di qualsiasi carezza.
«Dove vai?»
«Ovunque, ma non qui.»
Non era la città. Era l’odore della normalità.
La normalità marcisce gli uomini. Io non marcisco.

Il sacerdote di Mystra era al piano di sotto. Lo riconoscevo. Non lo conoscevo. Le differenze sono irrilevanti: tutti hanno qualcosa da offrire. Anche solo carne.
Chiese di unirsi. Le nuove amicizie sono risorse in attesa di essere classificate.
Partimmo verso sud. Giorni e giorni di marcia tranquilla. I campi lasciarono spazio alla terra nuda. Meglio. La terra nuda non mente.
Un lago nel nulla. Forse Amn. Forse no.
«Montiamo il campo. Prima perlustrazione.»

Nel bosco trovammo un accampamento.
Un goblin di guardia.
Gli tagliai la gola come si recide una corda inutile. Non fece rumore. Il sangue sì.
Mi aspettavo altri pelleverde. Invece voci umane.
Ci videro. Attaccarono.
Scudo alto. Una freccia. Poi due. Poi tre.
Pensavano che saremmo fuggiti.
La quarta cercò i miei compagni.
Stupidi stolti che provocano il Ghiottone quando è con i suoi cuccioli. Caricai.
Il primo lo colpii al volto. Sentii le ossa cedere prima ancora di vedere il sangue. Il secondo cercò di gridare. Gli entrai sotto le costole. Il terzo arretrò. Gli spezzai il ginocchio e lo lasciai capire.
Cadono tutti.
La differenza è quanto resistono all’idea.
Uno fuggì a cavallo. Corno. Rinforzi.
Arrivarono in molti. Si schiantarono contro di me. Non caricavo più. Avanzavo. Lento. Costante. Come una sentenza.
Capirono che in mischia non potevano abbattermi. Provarono con le frecce.
Peccato per loro che non fossi solo.
Arcano e divino si mescolarono. Menti confuse. Urla spezzate. L’aria che sa di metallo e cenere.

Il casolare era barricato. Voci dentro. Paura che rimbalza sulle travi.
«Uscite. Non voglio ammazzarvi tutti.»
Sono una persona ragionevole, d'altronde.
Dal bosco vicino una pattuglia di ritorno ci caricò. Disperati. Inutili.
Uno parlò. Denti Aguzzi. Una nazione. Territorio loro.
Puttanate dette da uomini che stanno per morire.
La maga gli offuscò la mente. Io gli incisi il petto. Non profondo. Non letale.
Corri. Racconta della Moneta Rovente. Spiega cosa significa non poter fare nulla.
La paura è contagiosa.
Chiesi di nuovo del capo. Risolviamo l'affronto da uomini, tanto vale.
Mi risposero con insulti.
Un calcio alla porta. Il legno cedette. Dentro una decina di uomini che difendevano una casa già perduta.
Non provai nulla mentre la lama lavorava. Non rabbia. Non piacere. Avevano scelto. Io ho solo rispettato la loro decisione.
Un colpo alla gola. Uno alla schiena. Uno al fianco. Caldo. Viscido. Silenzio.
Uno si arrese. Cantò.
Ma in certe bande, I cantanti non son ben visti.
«Se non puoi tornare dai tuoi, vieni con noi. Mi serve un arciere.»
Accettò.
Durò pochi passi.
Il sibilo arrivò dal bosco. Alzai lo scudo. La freccia cercava lui. La trovò. Nella gola. Un suono umido. Sorprendente quanto sia fragile il respiro. Il destino dei cantanti.
Poi altre. Ovunque. Non si può combattere un bosco stando allo scoperto.
Non panico. Calcolo. Rabbia.
«Ritirata.»

Mentre ci braccavano, pensavo.
Calimport. Il Rundeen. Le casate. Gli intrighi.
Fanculo Calimport, Fanculo il Rundeen, Fanculo tutto. La città non scappa di certo.
La Moneta Rovente aveva annusato il sangue. E il sangue è opportunità.
Li piegherò.
O li svuoterò.
Non importa quanti siano.
Ogni serpe ha una testa.
Ogni testa può essere schiacciata. Il veleno estratto.
E in quella giornata perfetta, troppo perfetta, mi chiesi chi fra Bane, Tempos o Helm stesse ridendo.
Perché la risata nella mia mente non era isterica.
Era paziente.
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