Racconti dal Faerun
Domani...
Alnick · 3/9/2026, 23:54:10
Sono arrivato a Baldur’s Gate con pochi soldi, qualche libro e una carta che non riesco a perdere.
Il resto della storia ed i motivi per cui quella carta è in mio possesso mi appartengono. Ci sono cose che ho fatto, cose che ho visto e altre che preferirei non mettere per iscritto. Non perché tema che qualcuno possa leggere queste pagine, ma perché alcune verità, una volta scritte, sembrano acquistare un peso che prima non avevano.
Mi basta dire che l’avevo con me quando sono arrivato qui.
E che avrei preferito non averla.
La carta è nera, attraversata da sottili venature dorate. Sul davanti è raffigurata una figura umanoide avvolta in un mantello. Non saprei descriverne il volto. Ogni volta che provo a ricordarlo, mi rimane soltanto la sensazione di averlo guardato.
Ho provato a liberarmene. L’ho gettata via, l’ho bruciata. Una volta sono quasi certo di averla persino strappata.
Eppure è sempre tornata.
O forse sono stato io a riprenderla.
È questa la parte che non riesco più a stabilire.
Per questo ho cominciato a scrivere.
La mia memoria ha iniziato a comportarsi in modo strano. All’inizio erano dettagli insignificanti: nomi dimenticati, volti che non riuscivo più a collocare, conversazioni che ricordavo solo a metà. Poi ho cominciato a dubitare dell’ordine delle cose.
Alla Way Inn pagai un ladro di nome Joren perché prendesse la carta mentre dormivo.
La prese.
Ne sono certo.
La mattina seguente cadde da cavallo. Si ruppe entrambe le gambe e tre dita della mano destra. Sopravvisse.
Quando controllai la mia borsa, la carta era lì.
Non ricordo di avercela rimessa.
Fu quello a inquietarmi più dell’incidente.
Ci furono altri episodi.
Un mercante che voleva comprarla perse due navi durante una tempesta. Una donna che cercò di distruggerla si bruciò una mano. Un vecchio che continuava a chiedermela morì nel sonno.
Niente di impossibile.
Le navi affondano. Le persone si fanno male. I vecchi muoiono.
Per qualche settimana, a Baldur’s Gate, non accadde nulla. Studiai, lavorai quando trovavo qualcosa da fare e cercai di vivere come una persona normale.
Fu allora che conobbi Amara.
Diceva di essere una ranger di Mielikki. Era gentile in un modo a cui non ero abituato: dava senza chiedere, aiutava senza aspettarsi nulla.
Ci incontrammo diverse volte.
Non le parlai della carta.
Non volevo coinvolgerla.
Poi conobbi Marianne Liverto.
All’inizio volevo derubarla. Sembrava una giovane nobile annoiata, il genere di persona che non avrebbe nemmeno notato la mancanza di qualche moneta.
Invece sembrò accorgersi delle mie intenzioni e, per qualche motivo, trovò la cosa divertente.
Mi porse una moneta di platino.
«Per il tuo tempo.»
Parlammo per pochi minuti. Aveva una conoscenza della magia molto superiore alla mia.
Non so perché, ma fui io a mostrarle la carta.
Forse volevo capire se l’avesse già vista.
Non la toccò.
La osservò a lungo, mi fece alcune domande e, alla fine del nostro unico incontro, pronunciò un nome.
Talmos.
«Lui potrebbe saperne qualcosa.»
Non aggiunse molto altro.
Non la vidi più.
Qualche tempo dopo incontrai di nuovo Amara.
Non ricordo come sia venuto fuori l’argomento. Stavamo parlando del fatto che cercassi qualche lavoro, quando, alla fine della nostra conversazione, mi indicò una bottega.
«Prova da Talmos. Forse ha bisogno di qualcuno.»
Per qualche secondo non risposi.
Talmos.
Lo stesso nome.
La stessa persona che Marianne mi aveva indicato parlando della carta.
Eppure, per Amara, non sembrava esserci nulla di particolare. Era soltanto un uomo che gestiva una bottega e che, forse, avrebbe potuto offrirmi un lavoro.
Non le dissi di Marianne.
Non le dissi della carta.
Annuii e basta.
Forse fu una coincidenza.
Allora cercavo ancora di crederlo.
Poco dopo Amara mi portò a caccia, lontano dalle strade e dalle fattorie.
Fu lì che vidi per la prima volta le belve distorcenti. Ne avevo sentito parlare, ma non le avevo mai viste. Era difficile perfino capire dove fossero: il loro corpo sembrava spostarsi di una frazione di istante rispetto a ciò che gli occhi vedevano.
Io feci quello che potevo: osservai, documentai ciò che vedevo e cercai di capire. Non ero in grado di fare altro.
Amara, invece, combatteva.
E sembrava sapere dove sarebbero apparse prima ancora che si muovessero.
Amara è forte.
Molto forte.
Alla fine della caccia mi regalò un mantello ricavato dalle loro pelli. Era bellissimo. Scuro, morbido, con strani riflessi quando veniva colpito dalla luce.
«Ti starebbe bene.»
Non ero abituato a ricevere qualcosa senza averlo rubato, guadagnato o dovuto restituire.
Forse è per questo che lo ricordo così bene.
O almeno credo di ricordarlo bene.
Dopo Amara incontrai un uomo enorme, muscoloso, vestito con colori talmente sgargianti che ancora oggi non saprei dire quali fossero.
Parlammo.
Non ricordo di cosa.
Poi mi rapì.
Pensai che mi avrebbe ucciso. Era molto più forte di me e non avrei potuto fare nulla per impedirglielo.
Mi portò in una piazza deserta.
Non era una piazza grande. Probabilmente, in altri momenti, sarebbe stata piena di mercanti, carri e gente di passaggio. Al centro c’era una fontana vecchia e sporca, coperta di foglie marce e da una pellicola verdastra. Una delle statue aveva perso la testa e, ogni tanto, una goccia d’acqua cadeva dal collo spezzato.
C’erano quattro lampade.
Tre erano spente.
La quarta tremava, gettando una luce gialla sulle pietre bagnate.
Baldur’s Gate non è mai davvero silenziosa. Anche di notte c’è sempre qualche rumore, qualche voce, qualche carro lontano.
Lì, invece, sembrava tutto molto distante.
L’uomo alzò una mano.
Tra le dita esplose una breve fiammata, abbastanza forte da illuminargli il volto per un istante.
Rise.
Poi fece un passo indietro, si voltò e se ne andò.
Tutto qui.
Non mi minacciò. Non mi spiegò nulla.
È questo che mi disturba ancora.
Non il rapimento.
Non la fiamma.
L’assenza di un motivo.
Deve esserci stato.
Forse me lo disse.
Forse glielo chiesi.
Forse lo ricordo e ho soltanto dimenticato di averlo ricordato.
Da allora controllo la borsa più spesso.
Non continuamente. Solo quando mi accorgo di stare pensando alla carta.
A volte la controllo e, pochi minuti dopo, non ricordo se l’ho già fatto.
Una notte sentii dei passi nel corridoio.
Lenti.
Si fermarono davanti alla mia porta.
Poi nulla.
Potrebbe essere stato un altro ospite.
Il vento.
Un sogno.
Controllai la borsa.
Non ricordo altro di quella notte.
Il giorno dopo Amara mi chiese se avessi dormito bene.
Le dissi di sì.
Non voglio parlarle della carta. Non ho prove che possa succederle qualcosa, ma preferisco non rischiare.
È questo il problema.
Non ho prove di niente.
Forse la carta porta davvero sfortuna.
Forse sono io a cercare un significato in una serie di coincidenze.
Forse ho paura e la paura sta facendo il resto.
E forse il pensiero più terribile è proprio questo.
Che non sia la carta a cambiare le cose.
Che sia la mia testa.
Voglio parlare con Talmos.
Non per la carta.
Questa è una bugia.
Voglio sapere cosa sa. Voglio capire perché Marianne pensava che potesse aiutarmi. E voglio sapere se Talmos conosce davvero qualcosa di quella carta.
Forse Amara aveva semplicemente ragione. Forse da Talmos posso davvero trovare un lavoro.
Forse non c’è altro.
Voglio soltanto tornare a una vita normale.
Vorrei poter essere certo di ciò che è accaduto.
Stasera ho controllato la borsa.
La carta era lì.
Ne sono certo.
Almeno credo.
Domani parlerò con Talmos.
Domani...
Se riuscirò a ricordarmi perché.
Il resto della storia ed i motivi per cui quella carta è in mio possesso mi appartengono. Ci sono cose che ho fatto, cose che ho visto e altre che preferirei non mettere per iscritto. Non perché tema che qualcuno possa leggere queste pagine, ma perché alcune verità, una volta scritte, sembrano acquistare un peso che prima non avevano.
Mi basta dire che l’avevo con me quando sono arrivato qui.
E che avrei preferito non averla.
La carta è nera, attraversata da sottili venature dorate. Sul davanti è raffigurata una figura umanoide avvolta in un mantello. Non saprei descriverne il volto. Ogni volta che provo a ricordarlo, mi rimane soltanto la sensazione di averlo guardato.
Ho provato a liberarmene. L’ho gettata via, l’ho bruciata. Una volta sono quasi certo di averla persino strappata.
Eppure è sempre tornata.
O forse sono stato io a riprenderla.
È questa la parte che non riesco più a stabilire.
Per questo ho cominciato a scrivere.
La mia memoria ha iniziato a comportarsi in modo strano. All’inizio erano dettagli insignificanti: nomi dimenticati, volti che non riuscivo più a collocare, conversazioni che ricordavo solo a metà. Poi ho cominciato a dubitare dell’ordine delle cose.
Alla Way Inn pagai un ladro di nome Joren perché prendesse la carta mentre dormivo.
La prese.
Ne sono certo.
La mattina seguente cadde da cavallo. Si ruppe entrambe le gambe e tre dita della mano destra. Sopravvisse.
Quando controllai la mia borsa, la carta era lì.
Non ricordo di avercela rimessa.
Fu quello a inquietarmi più dell’incidente.
Ci furono altri episodi.
Un mercante che voleva comprarla perse due navi durante una tempesta. Una donna che cercò di distruggerla si bruciò una mano. Un vecchio che continuava a chiedermela morì nel sonno.
Niente di impossibile.
Le navi affondano. Le persone si fanno male. I vecchi muoiono.
Per qualche settimana, a Baldur’s Gate, non accadde nulla. Studiai, lavorai quando trovavo qualcosa da fare e cercai di vivere come una persona normale.
Fu allora che conobbi Amara.
Diceva di essere una ranger di Mielikki. Era gentile in un modo a cui non ero abituato: dava senza chiedere, aiutava senza aspettarsi nulla.
Ci incontrammo diverse volte.
Non le parlai della carta.
Non volevo coinvolgerla.
Poi conobbi Marianne Liverto.
All’inizio volevo derubarla. Sembrava una giovane nobile annoiata, il genere di persona che non avrebbe nemmeno notato la mancanza di qualche moneta.
Invece sembrò accorgersi delle mie intenzioni e, per qualche motivo, trovò la cosa divertente.
Mi porse una moneta di platino.
«Per il tuo tempo.»
Parlammo per pochi minuti. Aveva una conoscenza della magia molto superiore alla mia.
Non so perché, ma fui io a mostrarle la carta.
Forse volevo capire se l’avesse già vista.
Non la toccò.
La osservò a lungo, mi fece alcune domande e, alla fine del nostro unico incontro, pronunciò un nome.
Talmos.
«Lui potrebbe saperne qualcosa.»
Non aggiunse molto altro.
Non la vidi più.
Qualche tempo dopo incontrai di nuovo Amara.
Non ricordo come sia venuto fuori l’argomento. Stavamo parlando del fatto che cercassi qualche lavoro, quando, alla fine della nostra conversazione, mi indicò una bottega.
«Prova da Talmos. Forse ha bisogno di qualcuno.»
Per qualche secondo non risposi.
Talmos.
Lo stesso nome.
La stessa persona che Marianne mi aveva indicato parlando della carta.
Eppure, per Amara, non sembrava esserci nulla di particolare. Era soltanto un uomo che gestiva una bottega e che, forse, avrebbe potuto offrirmi un lavoro.
Non le dissi di Marianne.
Non le dissi della carta.
Annuii e basta.
Forse fu una coincidenza.
Allora cercavo ancora di crederlo.
Poco dopo Amara mi portò a caccia, lontano dalle strade e dalle fattorie.
Fu lì che vidi per la prima volta le belve distorcenti. Ne avevo sentito parlare, ma non le avevo mai viste. Era difficile perfino capire dove fossero: il loro corpo sembrava spostarsi di una frazione di istante rispetto a ciò che gli occhi vedevano.
Io feci quello che potevo: osservai, documentai ciò che vedevo e cercai di capire. Non ero in grado di fare altro.
Amara, invece, combatteva.
E sembrava sapere dove sarebbero apparse prima ancora che si muovessero.
Amara è forte.
Molto forte.
Alla fine della caccia mi regalò un mantello ricavato dalle loro pelli. Era bellissimo. Scuro, morbido, con strani riflessi quando veniva colpito dalla luce.
«Ti starebbe bene.»
Non ero abituato a ricevere qualcosa senza averlo rubato, guadagnato o dovuto restituire.
Forse è per questo che lo ricordo così bene.
O almeno credo di ricordarlo bene.
Dopo Amara incontrai un uomo enorme, muscoloso, vestito con colori talmente sgargianti che ancora oggi non saprei dire quali fossero.
Parlammo.
Non ricordo di cosa.
Poi mi rapì.
Pensai che mi avrebbe ucciso. Era molto più forte di me e non avrei potuto fare nulla per impedirglielo.
Mi portò in una piazza deserta.
Non era una piazza grande. Probabilmente, in altri momenti, sarebbe stata piena di mercanti, carri e gente di passaggio. Al centro c’era una fontana vecchia e sporca, coperta di foglie marce e da una pellicola verdastra. Una delle statue aveva perso la testa e, ogni tanto, una goccia d’acqua cadeva dal collo spezzato.
C’erano quattro lampade.
Tre erano spente.
La quarta tremava, gettando una luce gialla sulle pietre bagnate.
Baldur’s Gate non è mai davvero silenziosa. Anche di notte c’è sempre qualche rumore, qualche voce, qualche carro lontano.
Lì, invece, sembrava tutto molto distante.
L’uomo alzò una mano.
Tra le dita esplose una breve fiammata, abbastanza forte da illuminargli il volto per un istante.
Rise.
Poi fece un passo indietro, si voltò e se ne andò.
Tutto qui.
Non mi minacciò. Non mi spiegò nulla.
È questo che mi disturba ancora.
Non il rapimento.
Non la fiamma.
L’assenza di un motivo.
Deve esserci stato.
Forse me lo disse.
Forse glielo chiesi.
Forse lo ricordo e ho soltanto dimenticato di averlo ricordato.
Da allora controllo la borsa più spesso.
Non continuamente. Solo quando mi accorgo di stare pensando alla carta.
A volte la controllo e, pochi minuti dopo, non ricordo se l’ho già fatto.
Una notte sentii dei passi nel corridoio.
Lenti.
Si fermarono davanti alla mia porta.
Poi nulla.
Potrebbe essere stato un altro ospite.
Il vento.
Un sogno.
Controllai la borsa.
Non ricordo altro di quella notte.
Il giorno dopo Amara mi chiese se avessi dormito bene.
Le dissi di sì.
Non voglio parlarle della carta. Non ho prove che possa succederle qualcosa, ma preferisco non rischiare.
È questo il problema.
Non ho prove di niente.
Forse la carta porta davvero sfortuna.
Forse sono io a cercare un significato in una serie di coincidenze.
Forse ho paura e la paura sta facendo il resto.
E forse il pensiero più terribile è proprio questo.
Che non sia la carta a cambiare le cose.
Che sia la mia testa.
Voglio parlare con Talmos.
Non per la carta.
Questa è una bugia.
Voglio sapere cosa sa. Voglio capire perché Marianne pensava che potesse aiutarmi. E voglio sapere se Talmos conosce davvero qualcosa di quella carta.
Forse Amara aveva semplicemente ragione. Forse da Talmos posso davvero trovare un lavoro.
Forse non c’è altro.
Voglio soltanto tornare a una vita normale.
Vorrei poter essere certo di ciò che è accaduto.
Stasera ho controllato la borsa.
La carta era lì.
Ne sono certo.
Almeno credo.
Domani parlerò con Talmos.
Domani...
Se riuscirò a ricordarmi perché.
Alnick · 17/9/2026, 17:50:33
"Sono qui a scrivere nuovamente questi appunti, nella speranza che domani, rileggendoli, qualcosa di ciò che vi è scritto non sia già sparito completamente dalla mia memoria. E, qualora lo fosse, che io possa ricordarlo nuovamente.
Le mie emicranie peggiorano ogni volta che penso alla Carta. I miei ricordi svaniscono poco alla volta e solo un grande sforzo di volontà mi permette di restare lucido. Spero di esserlo anche adesso.
Non ricordo esattamente quando abbiamo lasciato Baldur’s Gate. Il perché, invece, credo di ricordarlo. Amara aveva parlato di me a un certo Vaelric, un potente mercenario. Mi disse che nella sua gilda c’era una Maga molto abile. Forse poteva sapere qualcosa della Carta. Si chiamava... questo non lo ricordo.
Ricordo le Verdi Praterie. Forse perché, per qualche tempo, ho smesso di pensare alla Carta.
Eravamo io, Amara e Vaelric. Amara aveva uno spirito semplice, nel senso migliore che conosco. Anche davanti a un mostro non sembrava esserci rabbia o particolare entusiasmo: lo vedeva, capiva cosa fare e lo faceva. Vaelric era un professionista ed era sufficiente.
Con loro la strada sembrava più dritta di quanto abbia mai conosciuto nel mio vagare. Non sicura. Solo... più dritta.
E la Carta pesava meno.
Non so spiegare cosa significhi. Era sempre nella borsa. La controllavo ancora. A volte più del necessario. Ma il pensiero di averla con me non occupava ogni momento della giornata. Potevo camminare. Potevo mangiare. Potevo perfino dormire senza svegliarmi per controllare la borsa.
Per un po' ho pensato che forse fosse finita. Che forse la Carta avesse bisogno di qualcosa. O di qualcuno.
Poi sono arrivati i draghi di roccia. Non sapevo che esistessero. È una delle cose che preferisco del viaggiare: scoprire quanto poco sappiamo del mondo in cui viviamo. Naturalmente avrei preferito scoprirlo da un libro.
I draghi erano enormi, duri da vedere e ancora più duri da affrontare. La pietra sembrava muoversi come carne sotto le loro scaglie.
Ricordo Amara. Ricordo Vaelric. Ricordo di essere rimasto vivo.
Il resto è confuso.
Dopo vennero le profondità. L'Underdark. Non so quanto tempo ci siamo rimasti. Lì sotto il tempo diventa una cosa strana. Senza il sole, le giornate smettono di avere senso. Ci sono solo luce e buio, ma nessuno dei due appartiene davvero al giorno o alla notte.
Abbiamo incontrato mostri. Alcuni avevano nomi che avevo già letto. Altri preferisco non averli mai imparati. Ho visto cose che non credevo potessero esistere.
E, stranamente, durante quel viaggio la Carta continuava a sembrarmi più leggera. Forse perché avevo paura di cose peggiori. Forse perché ero troppo impegnato a non morire. Forse perché, per qualche tempo, non ero solo. Non so quale delle tre sia la risposta giusta, forse nessuna.
A un certo punto ho raccontato ad Amara la storia del ladro che cade dalla Torre dell’Arcimago, a Luskan. Me la raccontava sempre il mio compagno di cella. Non ricordo più il suo volto. Né il suo nome.
Non so perché gliel'ho raccontata.
Ho trovato un taccuino. Non ricordo quando. Credo fosse prima della partenza da Baldur’s Gate con Amara e Vaelric. O forse dopo.
Era nella grande biblioteca di Baldur’s Gate, tra registri e vecchi testi che nessuno sembrava consultare più. Non aveva un titolo. La copertina era consumata e alcune pagine erano state rovinate dall’umidità. L'ho preso perché cercavo informazioni sulla Carta.
Il taccuino parlava di un uomo chiamato Edran Vhal. Non conoscevo quel nome. Era un mago, o almeno così dicevano le annotazioni. Un uomo che aveva posseduto una carta nera molto simile alla mia.
Il resto l'ho letto più volte.
O almeno credo.
In fondo, in mezzo alle pagine del taccuino, c'era un appunto:
CK — 7 — 1284 — 9
Non so cosa significhi. Ogni volta che provo a concentrarmi su quei numeri, la mente scivola altrove.
CK... 7...
So di averli già letti. So di averli già copiati. Non so dove.
Ho chiesto ad Amara di aiutarmi. Le ho fatto promettere di mantenersi alla dovuta distanza da questa storia.
Ha promesso.
Eppure le ho mostrato il taccuino, eppure le ho mostrato l'appunto.
È sbagliato cercare di sopravvivere?
Amara ha detto che l’appunto sembra più recente del taccuino, forse quella sigla e quei numeri potrebbero indicare una persona. Oppure un luogo.
Prima di congedarsi mi ha consigliato di cercare due maghi... non ricordo il loro nome. Domani indagherò. Domani..."
Edited by Alnick - 17/9/2026, 18:14
Le mie emicranie peggiorano ogni volta che penso alla Carta. I miei ricordi svaniscono poco alla volta e solo un grande sforzo di volontà mi permette di restare lucido. Spero di esserlo anche adesso.
Non ricordo esattamente quando abbiamo lasciato Baldur’s Gate. Il perché, invece, credo di ricordarlo. Amara aveva parlato di me a un certo Vaelric, un potente mercenario. Mi disse che nella sua gilda c’era una Maga molto abile. Forse poteva sapere qualcosa della Carta. Si chiamava... questo non lo ricordo.
Ricordo le Verdi Praterie. Forse perché, per qualche tempo, ho smesso di pensare alla Carta.
Eravamo io, Amara e Vaelric. Amara aveva uno spirito semplice, nel senso migliore che conosco. Anche davanti a un mostro non sembrava esserci rabbia o particolare entusiasmo: lo vedeva, capiva cosa fare e lo faceva. Vaelric era un professionista ed era sufficiente.
Con loro la strada sembrava più dritta di quanto abbia mai conosciuto nel mio vagare. Non sicura. Solo... più dritta.
E la Carta pesava meno.
Non so spiegare cosa significhi. Era sempre nella borsa. La controllavo ancora. A volte più del necessario. Ma il pensiero di averla con me non occupava ogni momento della giornata. Potevo camminare. Potevo mangiare. Potevo perfino dormire senza svegliarmi per controllare la borsa.
Per un po' ho pensato che forse fosse finita. Che forse la Carta avesse bisogno di qualcosa. O di qualcuno.
Poi sono arrivati i draghi di roccia. Non sapevo che esistessero. È una delle cose che preferisco del viaggiare: scoprire quanto poco sappiamo del mondo in cui viviamo. Naturalmente avrei preferito scoprirlo da un libro.
I draghi erano enormi, duri da vedere e ancora più duri da affrontare. La pietra sembrava muoversi come carne sotto le loro scaglie.
Ricordo Amara. Ricordo Vaelric. Ricordo di essere rimasto vivo.
Il resto è confuso.
Dopo vennero le profondità. L'Underdark. Non so quanto tempo ci siamo rimasti. Lì sotto il tempo diventa una cosa strana. Senza il sole, le giornate smettono di avere senso. Ci sono solo luce e buio, ma nessuno dei due appartiene davvero al giorno o alla notte.
Abbiamo incontrato mostri. Alcuni avevano nomi che avevo già letto. Altri preferisco non averli mai imparati. Ho visto cose che non credevo potessero esistere.
E, stranamente, durante quel viaggio la Carta continuava a sembrarmi più leggera. Forse perché avevo paura di cose peggiori. Forse perché ero troppo impegnato a non morire. Forse perché, per qualche tempo, non ero solo. Non so quale delle tre sia la risposta giusta, forse nessuna.
A un certo punto ho raccontato ad Amara la storia del ladro che cade dalla Torre dell’Arcimago, a Luskan. Me la raccontava sempre il mio compagno di cella. Non ricordo più il suo volto. Né il suo nome.
Non so perché gliel'ho raccontata.
Ho trovato un taccuino. Non ricordo quando. Credo fosse prima della partenza da Baldur’s Gate con Amara e Vaelric. O forse dopo.
Era nella grande biblioteca di Baldur’s Gate, tra registri e vecchi testi che nessuno sembrava consultare più. Non aveva un titolo. La copertina era consumata e alcune pagine erano state rovinate dall’umidità. L'ho preso perché cercavo informazioni sulla Carta.
Il taccuino parlava di un uomo chiamato Edran Vhal. Non conoscevo quel nome. Era un mago, o almeno così dicevano le annotazioni. Un uomo che aveva posseduto una carta nera molto simile alla mia.
Il resto l'ho letto più volte.
O almeno credo.
In fondo, in mezzo alle pagine del taccuino, c'era un appunto:
CK — 7 — 1284 — 9
Non so cosa significhi. Ogni volta che provo a concentrarmi su quei numeri, la mente scivola altrove.
CK... 7...
So di averli già letti. So di averli già copiati. Non so dove.
Ho chiesto ad Amara di aiutarmi. Le ho fatto promettere di mantenersi alla dovuta distanza da questa storia.
Ha promesso.
Eppure le ho mostrato il taccuino, eppure le ho mostrato l'appunto.
È sbagliato cercare di sopravvivere?
Amara ha detto che l’appunto sembra più recente del taccuino, forse quella sigla e quei numeri potrebbero indicare una persona. Oppure un luogo.
Prima di congedarsi mi ha consigliato di cercare due maghi... non ricordo il loro nome. Domani indagherò. Domani..."
Edited by Alnick - 17/9/2026, 18:14
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Alnick · 21/9/2026, 12:17:18
"Sono passati alcuni giorni da quando ho incontrato Mnester Ashenwell.
Ricordo il luogo. Il Canto dell’Elfa. Ricordo di avergli parlato della Carta. All’inizio pensava che potessi essere malato. Demenza, forse. O qualcosa di peggio. Non lo biasimo. Se qualcuno mi raccontasse la stessa storia, probabilmente penserei la stessa cosa.
Amara, però, si fidava di lui. È stata lei a portare Mnester da me. È un sacerdote di Mystra. Io mi fido di Amara. Per questo ho deciso di fidarmi di lui.
Mnester ha esaminato la Carta. Non ha trovato quasi nulla. Solo una debole magia di trasmutazione. Un incantesimo di Caduta Morbida, permanente. Niente che potesse spiegare ciò che mi stava accadendo.
Poi ha tentato qualcosa. Non so esattamente cosa abbia fatto. So soltanto che ha rischiato molto. Non ha spezzato il legame. Lo ha allentato.
E per la prima volta dopo molto tempo, ho ricordato.
Ho ricordato tutto. O quasi. Ogni cosa che vedevo sembrava aprire qualcosa dentro di me. Un volto. Una voce. Un luogo. Un nome. Il passato tornava a pezzi, ma tornava. Anche cose che non pensavo di aver dimenticato.
Ho ricordato di essere stato un apprendista mediocre. Non incapace. Solo mediocre. La magia è arrivata quasi tre anni dopo aver trovato la Carta. E proprio quando ho iniziato a vedere la magia in modo diverso, la mia memoria ha cominciato a peggiorare.
Non so se sia una coincidenza. Non so più cosa sia una coincidenza.
Per qualche tempo ho pensato che fosse finita. Mnester mi ha detto di no. Aveva soltanto allentato il legame. Prima o poi sarebbe tornato. Ho sperato con tutte le mi forze che non fosse così.
Da quando Mnester ha allentato il legame, la Carta è rimasta nella mia stanza al Canto dell’Elfa. Non l’ho portata con me.
Le mie ricerche alla biblioteca di Baldur’s Gate sono ad un punto morto. Ho ancora l’appunto.
CK — 7 — 1284 — 9
Ho cercato di capire cosa significasse. Ho controllato nomi, maghi, persone importanti, vecchi registri. Ho escluso decine di possibilità. Forse centinaia.
È come cercare un ago in un pagliaio senza sapere nemmeno se l’ago esista.
Passando per il quartiere commerciale, i miei occhi si sono posati sull’insegna di Wilpeg e Liverto.
Liverto e Wilpeg.
Mi ricordava qualcosa. O qualcuno.
Poi mi è tornata in mente quella volta in cui Marianne Liverto mi aveva fatto un nome.
Sono entrato nella bottega.
La prima cosa che ho visto è stato un corvo dagli occhi verdi. Non sono riuscito a sostenerne lo sguardo. Poi ho visto lui. Talmos Wilpeg. Molto giovane. Più giovane di quanto mi aspettassi. Vestito bene, attento, con uno sguardo che sembrava vedere più di quanto mostrasse.
Mi ha messo a mio agio. Mi ha fatto sedere.
Per un attimo ho ricordato le guardie di Luskan. Quando ti chiedevano gentilmente di sederti, avevi un solo modo per andartene con le tue gambe.
Parlare.
Prima di parlargli della Carta gli ho chiesto una pozione per le emicranie. Forse volevo metterlo alla prova. Mi ha detto che mi stava aspettando ignorando la mia richiesta. Poi mi ha chiesto di raccontargli tutto. Dall’inizio.
E, stranamente, mentre parlavo i ricordi arrivavano senza difficoltà. Gli ho raccontato della Carta. Da dove veniva. Come l’avevo trovata. Cosa era successo.
Talmos ha ascoltato.
Poi ha fatto un’ipotesi.
Una che non voglio scrivere.
Ma devo.
La Carta potrebbe essere legata a un patto. Un patto fatto da me. Con qualcosa che non appartiene a questo mondo.
Quando l’ha detto ho pensato che fosse assurdo.
Poi ho cercato di ricordare.
Ed è stato peggio.
Perché non ho trovato nulla. Nessun ricordo che lo confermasse. Ma nemmeno uno che lo smentisse.
È questo che mi terrorizza.
Se la Carta mi fosse stata imposta da qualcuno, potrei cercare quella persona. Se fosse una maledizione, potrei cercare un modo per spezzarla.
Ma se fossi stato io a scegliere?
Se l’avessi voluta?
Se avessi chiesto qualcosa a qualcuno e avessi dimenticato perfino di averlo fatto?
Non voglio scriverlo. Ho paura che mettere questa possibilità su carta le dia un peso che non dovrebbe avere. O che mi aiuti a ricordare qualcosa che non voglio ricordare.
Talmos mi ha chiesto di portargli la Carta. E venti barre di piombo.
Ho ripreso le mie ricerche alla biblioteca di Baldur’s Gate, mentre riflettevo se accettare l’aiuto di Talmos.
Ho controllato vecchi testi, registri, riferimenti a patti e magie provenienti da altri piani.
Niente.
A un certo punto non sapevo più nemmeno cosa stessi cercando.
Così ho chiesto aiuto ad Amara.
Più per disperazione che per altro.
Io cercavo nei libri. Nei nomi. Nei numeri.
Forse lei avrebbe cercato in modo diverso.
Abbiamo passato una giornata intera nella biblioteca. Quando il sole cominciava a scendere, Amara si è fermata. Ha annusato l’aria. Poi si è mossa tra gli scaffali come se stesse seguendo una traccia.
«Menta.»
L’ho seguita.
Siamo arrivati alla sezione dei romanzi e della poesia. Lì abbiamo trovato un vecchio libro di fiabe.
Il titolo era "La donna che ricordava tutto."
Era una vecchia storia. Parlava di una donna che ricordava ogni cosa, anche i ricordi perduti degli altri. Scriveva tutto perché temeva di dimenticare. Gli abitanti hanno cominciato ad averne paura. Un giorno hanno bruciato i suoi appunti e la sua casa. Poi l’hanno dimenticata.
E hanno cominciato a dimenticare tutto il resto.
Prima i morti. Poi i vivi. Poi di amare. Poi di odiare. Alla fine hanno dimenticato persino come morire.
Quando Amara ha chiuso il libro, dalle pagine è caduto un piccolo foglio. Lo ha raccolto. Lo ha annusato. Aveva lo stesso odore dell’appunto con la sigla CK.
Sul foglio c’era scritto:
«Se vuoi leggere come finisce la storia, cerca dove nulla viene dimenticato.
Dove le parole sopravvivono alle voci,
dove i nomi sopravvivono ai volti,
dove i morti possono ancora parlare
e ciò che è stato scritto non teme il tempo.
Cerca là dove ogni storia trova rifugio.
Non aspettare troppo.
Quello che ti è stato concesso non durerà per sempre.»
Ho riletto il foglio diverse volte. Poi ho guardato il libro. Poi l’appunto.
CK — 7 — 1284 — 9
Ho provato a mettere insieme le cose.
Non ci riesco.
C’è qualcosa. Lo sento. Ma non riesco a vederlo.
È come quando cerco di ricordare un volto. So che l’ho visto. So che dovrebbe esserci qualcosa. Ma quando provo ad afferrarlo rimane soltanto la sensazione di averlo conosciuto.
Ho cercato di capire cosa significhino quei numeri. Non ci riesco. Ho cercato di capire cosa significhi CK. Anche quello mi sfugge.
E la cosa peggiore è che sono quasi certo di averlo già capito.
Da qualche parte.
In un momento che adesso non riesco più a raggiungere.
Ho chiesto ad Amara perché la Carta avesse scelto me.
Mi ha guardato per qualche secondo.
Poi mi ha chiesto: «Quando trovi una trappola, cosa pensi che sia l’animale che ci è dentro?»
«La preda.»
Ha scosso la testa.
«A volte.»
Poi ha aggiunto: «Forse non sei tu la preda.»
L’ho guardata.
«E allora cosa sono?»
«L’esca.»
Non ha detto altro.
Non ne aveva bisogno.
Se fosse vero, cambierebbe tutto. La Carta non avrebbe bisogno di me perché sono importante. Forse non avrebbe bisogno di me affatto. Forse serve soltanto a fare in modo che qualcuno mi trovi.
Qualcuno più potente di me.
Talmos?
Mnester?
Qualcun altro?
Non lo so. E non so nemmeno chi possa aver preparato questa ipotetica trappola.
Ho cominciato a non fidarmi più nemmeno dei miei appunti. Non so cosa potrei aver dimenticato. Non so cosa potrei aver scritto senza più ricordarne il motivo.
Così ho consegnato tutto ad Amara.
La Carta no. Quella è ancora al Canto dell’Elfa.
Tutto il resto sì. Gli appunti, i nomi, i numeri, le cose che ho scritto sulla Carta e tutto quello che sono riuscito a ricostruire finora.
Le ho chiesto di conservarli.
Se domani non dovessi più ricordare qualcosa, almeno lei potrà ricordarlo per me.
Le emicranie sono tornate. All’inizio erano leggere. Adesso no. Conosco questo dolore. So cosa viene dopo.
Mnester aveva ragione.
Il legame si sta richiudendo.
Non so quanto tempo ho.
Ho provato ancora a mettere insieme i pezzi. La Carta. Talmos. L’appunto. Il libro. Il foglio. I numeri.
Non riesco.
Forse sono vicino alla risposta. Forse l’ho già avuta e l’ho dimenticata. Forse sto cercando qualcosa che non dovrei trovare.
Non lo so.
Devo rimediare quelle venti barre di piombo.
Poi andrò da Talmos.
Domani."
Edited by Alnick - 21/9/2026, 17:28
Ricordo il luogo. Il Canto dell’Elfa. Ricordo di avergli parlato della Carta. All’inizio pensava che potessi essere malato. Demenza, forse. O qualcosa di peggio. Non lo biasimo. Se qualcuno mi raccontasse la stessa storia, probabilmente penserei la stessa cosa.
Amara, però, si fidava di lui. È stata lei a portare Mnester da me. È un sacerdote di Mystra. Io mi fido di Amara. Per questo ho deciso di fidarmi di lui.
Mnester ha esaminato la Carta. Non ha trovato quasi nulla. Solo una debole magia di trasmutazione. Un incantesimo di Caduta Morbida, permanente. Niente che potesse spiegare ciò che mi stava accadendo.
Poi ha tentato qualcosa. Non so esattamente cosa abbia fatto. So soltanto che ha rischiato molto. Non ha spezzato il legame. Lo ha allentato.
E per la prima volta dopo molto tempo, ho ricordato.
Ho ricordato tutto. O quasi. Ogni cosa che vedevo sembrava aprire qualcosa dentro di me. Un volto. Una voce. Un luogo. Un nome. Il passato tornava a pezzi, ma tornava. Anche cose che non pensavo di aver dimenticato.
Ho ricordato di essere stato un apprendista mediocre. Non incapace. Solo mediocre. La magia è arrivata quasi tre anni dopo aver trovato la Carta. E proprio quando ho iniziato a vedere la magia in modo diverso, la mia memoria ha cominciato a peggiorare.
Non so se sia una coincidenza. Non so più cosa sia una coincidenza.
Per qualche tempo ho pensato che fosse finita. Mnester mi ha detto di no. Aveva soltanto allentato il legame. Prima o poi sarebbe tornato. Ho sperato con tutte le mi forze che non fosse così.
Da quando Mnester ha allentato il legame, la Carta è rimasta nella mia stanza al Canto dell’Elfa. Non l’ho portata con me.
Le mie ricerche alla biblioteca di Baldur’s Gate sono ad un punto morto. Ho ancora l’appunto.
CK — 7 — 1284 — 9
Ho cercato di capire cosa significasse. Ho controllato nomi, maghi, persone importanti, vecchi registri. Ho escluso decine di possibilità. Forse centinaia.
È come cercare un ago in un pagliaio senza sapere nemmeno se l’ago esista.
Passando per il quartiere commerciale, i miei occhi si sono posati sull’insegna di Wilpeg e Liverto.
Liverto e Wilpeg.
Mi ricordava qualcosa. O qualcuno.
Poi mi è tornata in mente quella volta in cui Marianne Liverto mi aveva fatto un nome.
Sono entrato nella bottega.
La prima cosa che ho visto è stato un corvo dagli occhi verdi. Non sono riuscito a sostenerne lo sguardo. Poi ho visto lui. Talmos Wilpeg. Molto giovane. Più giovane di quanto mi aspettassi. Vestito bene, attento, con uno sguardo che sembrava vedere più di quanto mostrasse.
Mi ha messo a mio agio. Mi ha fatto sedere.
Per un attimo ho ricordato le guardie di Luskan. Quando ti chiedevano gentilmente di sederti, avevi un solo modo per andartene con le tue gambe.
Parlare.
Prima di parlargli della Carta gli ho chiesto una pozione per le emicranie. Forse volevo metterlo alla prova. Mi ha detto che mi stava aspettando ignorando la mia richiesta. Poi mi ha chiesto di raccontargli tutto. Dall’inizio.
E, stranamente, mentre parlavo i ricordi arrivavano senza difficoltà. Gli ho raccontato della Carta. Da dove veniva. Come l’avevo trovata. Cosa era successo.
Talmos ha ascoltato.
Poi ha fatto un’ipotesi.
Una che non voglio scrivere.
Ma devo.
La Carta potrebbe essere legata a un patto. Un patto fatto da me. Con qualcosa che non appartiene a questo mondo.
Quando l’ha detto ho pensato che fosse assurdo.
Poi ho cercato di ricordare.
Ed è stato peggio.
Perché non ho trovato nulla. Nessun ricordo che lo confermasse. Ma nemmeno uno che lo smentisse.
È questo che mi terrorizza.
Se la Carta mi fosse stata imposta da qualcuno, potrei cercare quella persona. Se fosse una maledizione, potrei cercare un modo per spezzarla.
Ma se fossi stato io a scegliere?
Se l’avessi voluta?
Se avessi chiesto qualcosa a qualcuno e avessi dimenticato perfino di averlo fatto?
Non voglio scriverlo. Ho paura che mettere questa possibilità su carta le dia un peso che non dovrebbe avere. O che mi aiuti a ricordare qualcosa che non voglio ricordare.
Talmos mi ha chiesto di portargli la Carta. E venti barre di piombo.
Ho ripreso le mie ricerche alla biblioteca di Baldur’s Gate, mentre riflettevo se accettare l’aiuto di Talmos.
Ho controllato vecchi testi, registri, riferimenti a patti e magie provenienti da altri piani.
Niente.
A un certo punto non sapevo più nemmeno cosa stessi cercando.
Così ho chiesto aiuto ad Amara.
Più per disperazione che per altro.
Io cercavo nei libri. Nei nomi. Nei numeri.
Forse lei avrebbe cercato in modo diverso.
Abbiamo passato una giornata intera nella biblioteca. Quando il sole cominciava a scendere, Amara si è fermata. Ha annusato l’aria. Poi si è mossa tra gli scaffali come se stesse seguendo una traccia.
«Menta.»
L’ho seguita.
Siamo arrivati alla sezione dei romanzi e della poesia. Lì abbiamo trovato un vecchio libro di fiabe.
Il titolo era "La donna che ricordava tutto."
Era una vecchia storia. Parlava di una donna che ricordava ogni cosa, anche i ricordi perduti degli altri. Scriveva tutto perché temeva di dimenticare. Gli abitanti hanno cominciato ad averne paura. Un giorno hanno bruciato i suoi appunti e la sua casa. Poi l’hanno dimenticata.
E hanno cominciato a dimenticare tutto il resto.
Prima i morti. Poi i vivi. Poi di amare. Poi di odiare. Alla fine hanno dimenticato persino come morire.
Quando Amara ha chiuso il libro, dalle pagine è caduto un piccolo foglio. Lo ha raccolto. Lo ha annusato. Aveva lo stesso odore dell’appunto con la sigla CK.
Sul foglio c’era scritto:
«Se vuoi leggere come finisce la storia, cerca dove nulla viene dimenticato.
Dove le parole sopravvivono alle voci,
dove i nomi sopravvivono ai volti,
dove i morti possono ancora parlare
e ciò che è stato scritto non teme il tempo.
Cerca là dove ogni storia trova rifugio.
Non aspettare troppo.
Quello che ti è stato concesso non durerà per sempre.»
Ho riletto il foglio diverse volte. Poi ho guardato il libro. Poi l’appunto.
CK — 7 — 1284 — 9
Ho provato a mettere insieme le cose.
Non ci riesco.
C’è qualcosa. Lo sento. Ma non riesco a vederlo.
È come quando cerco di ricordare un volto. So che l’ho visto. So che dovrebbe esserci qualcosa. Ma quando provo ad afferrarlo rimane soltanto la sensazione di averlo conosciuto.
Ho cercato di capire cosa significhino quei numeri. Non ci riesco. Ho cercato di capire cosa significhi CK. Anche quello mi sfugge.
E la cosa peggiore è che sono quasi certo di averlo già capito.
Da qualche parte.
In un momento che adesso non riesco più a raggiungere.
Ho chiesto ad Amara perché la Carta avesse scelto me.
Mi ha guardato per qualche secondo.
Poi mi ha chiesto: «Quando trovi una trappola, cosa pensi che sia l’animale che ci è dentro?»
«La preda.»
Ha scosso la testa.
«A volte.»
Poi ha aggiunto: «Forse non sei tu la preda.»
L’ho guardata.
«E allora cosa sono?»
«L’esca.»
Non ha detto altro.
Non ne aveva bisogno.
Se fosse vero, cambierebbe tutto. La Carta non avrebbe bisogno di me perché sono importante. Forse non avrebbe bisogno di me affatto. Forse serve soltanto a fare in modo che qualcuno mi trovi.
Qualcuno più potente di me.
Talmos?
Mnester?
Qualcun altro?
Non lo so. E non so nemmeno chi possa aver preparato questa ipotetica trappola.
Ho cominciato a non fidarmi più nemmeno dei miei appunti. Non so cosa potrei aver dimenticato. Non so cosa potrei aver scritto senza più ricordarne il motivo.
Così ho consegnato tutto ad Amara.
La Carta no. Quella è ancora al Canto dell’Elfa.
Tutto il resto sì. Gli appunti, i nomi, i numeri, le cose che ho scritto sulla Carta e tutto quello che sono riuscito a ricostruire finora.
Le ho chiesto di conservarli.
Se domani non dovessi più ricordare qualcosa, almeno lei potrà ricordarlo per me.
Le emicranie sono tornate. All’inizio erano leggere. Adesso no. Conosco questo dolore. So cosa viene dopo.
Mnester aveva ragione.
Il legame si sta richiudendo.
Non so quanto tempo ho.
Ho provato ancora a mettere insieme i pezzi. La Carta. Talmos. L’appunto. Il libro. Il foglio. I numeri.
Non riesco.
Forse sono vicino alla risposta. Forse l’ho già avuta e l’ho dimenticata. Forse sto cercando qualcosa che non dovrei trovare.
Non lo so.
Devo rimediare quelle venti barre di piombo.
Poi andrò da Talmos.
Domani."
Edited by Alnick - 21/9/2026, 17:28
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