Racconti dal Faerun

Tra la lama e il raccolto

Macomh · 13/4/2025, 03:23:49

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Sai Rowan...
C’è un giorno che torna spesso nei miei pensieri.
Forse perchè era una di quelli che non hanno niente di speciale, e proprio per questo rimangono.

Quel giorno il cielo era chiaro, la terra ancora tiepida del sole.
Tu mi guardavi con le mani sporche di cenere e il sorriso stanco. Avevi passato la giornata a costruire un piccolo forno con delle pietre raccolte al margine del campo.
“Per quando avremo ospiti” avevi detto.
Io ti avevo portato dell’acqua e avevo scherzato sul fatto che il forno non avrebbe mai retto il primo impasto. Tu mi avevi guardata storto e poi avevi riso, afferrandomi per un polso e tirandomi a te, contro la tua camicia ruvida intrisa dell'odore di quella calda giornata.

Parlammo della casa che ancora non avevamo, ma che conoscevamo già a memoria. Delle piogge, del raccolto, dei figli. Eravamo giovani e pieni di sogni. Bastava immaginare, e le semplici cose che desideravamo sembravano prendere forma.

…Eppure, Rowan, lo sai com’è finita.
Quel futuro non è mai arrivato.

Pensavamo che bastassero l’onestà, la fatica. Che se fossimo rimasti buoni, testardi, la terra ci avrebbe ripagati.
Che le cose cattive non ci avrebbero davvero sfiorati, perché non avevamo fatto nulla per meritarle. Perché chiedevamo poco, perché eravamo nel giusto.

E invece non è andata così.
Non c’è stato raccolto, né casa, né figli.
Solo conti che non sapevi come saldare, nomi importanti che non potevi sfidare, e tu che stringevi i denti, convinto che bastasse un altro giorno, un’altra stagione, per uscirne pulito.

Sono diventata sacerdotessa per te e per tutto ciò che non ho potuto salvare. Per proteggere altri “Rowan” da un destino che non meritano. Non perché sperassi nei miracoli, ma perché volevo che almeno una parte di me continuasse a credere che la terra può ancora dare, anche dopo che ha tolto.
Ho scelto questa strada proprio per non dimenticare quel poco che desideravamo, per poter difendere chi, come te, ha soltanto mani ruvide e un cuore semplice.


Gli ingenui.

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Baldur's Gate, Canto dell'Elfa - anno 1368

Stavamo parlando delle sorelle, dei loro modi frivoli e delle risatine che ci hanno accompagnati per tutto il viaggio.
Cercavo di spiegare a Dorian che forse — forse — anche chi sembra vivere solo per piaceri e smorfie ha diritto a una possibilità. Che non tutto si misura in utilità immediata. Che a volte, dietro i vezzi, c’è solo qualcuno che ha imparato a mascherarsi per sopravvivere.

"Non so se siete stupida o ingenua, Meredith."

Ma con Dorian è difficile parlare, specie quando decide di mettere un punto prima che tu possa anche solo iniziare una frase.

Mi irrita.

E forse mi irrita ancora di più perché mi ricorda te, Rowan.
Non per ciò che fa, ma per ciò che si porta dietro.
Quella stanchezza che viene da una vita passata a stringere i denti, a contare le monete, a sopravvivere a debiti di cui non avevate colpa.
Tu credevi bastasse resistere un giorno in più.
Lui ha imparato a non aspettarsi più niente.

Mi ha colta così alla sprovvista che non sono riuscita a dire nulla.

Non era l’argomento in sé a interessarmi. Non erano le sorelle, né i loro atteggiamenti, né le risate fuori posto.
Era il modo in cui parlava.
La freddezza con cui scarta tutto ciò che non serve, l’assenza di esitazione quando giudica, come se la leggerezza fosse un lusso che non si può permettere.
Avrei voluto dirgli che capisco la sua durezza, che conosco quella rabbia e quel senso d’ingiustizia che ti restano addosso come una ferita mai guarita.
Avrei voluto spiegargli che se sembro ingenua non è perché ignoro quanto il mondo possa essere crudele.
È solo che ho scelto di non arrendermi al cinismo...

Ma è troppo tardi, ha lasciato la sua sentenza nella stanza ed è andato via.

Mi è sembrato di sentirti parlare Rowan.
Per un istante ho visto in lui la strada che avresti potuto prendere se ti fossi lasciato consumare dalla sfiducia. Se ti fossi convinto che la gentilezza è solo una debolezza e che la speranza è un lusso per chi non ha mai sofferto davvero.
Tu, invece, avevi scelto di credere nel domani, fino a consumarti, fino a perderti.

La verità è che non tutti possono trasformare il dolore in una corazza o la rabbia in determinazione.
La maggior parte delle persone rimane come te, Rowan. Fragile, impreparata, testarda nella convinzione che la vita non possa essere soltanto una lotta costante contro il mondo.
Ed è per loro che ho scelto questa strada. Per chi non sa diventare come Dorian, per chi, come te, avrebbe avuto bisogno di una mano tesa invece di un'altra ferita.
La mia "ingenuità", se davvero è questo che vede, è il prezzo che pago per ricordare a me stessa che ci sono ancora cose degne di cura e di gentilezza.
Persone come te, come lui.
Anche quando non lo capite.
Anche quando non riuscite a vederlo.


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Edited by Macomh - 16/5/2025, 12:00

Macomh · 16/5/2025, 14:32:00

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Ti saresti messo a ridere, Rowan.
Di quelle risate strozzate che cercavi invano di soffocare, mentre io fingevo di offendermi.
Te li ricordi, quei forestieri che passavano in città con i cappelli piumati e le vesti imbellettate che prendevamo sempre in giro?
Dicevi che uno conciato così non avrebbe retto mezza giornata nei campi.
Che la terra non avrebbe saputo che farsene di chi non sapeva sporcarsi le mani.
E io ridevo. E ti davo ragione.
E adesso eccomi qui, amore mio.
Con un cappello piumato in testa, il viso impiastricciato di trucchi che non so usare, e una veste bordò che Marianne ha cucito apposta per me.
Dice che così sembro qualcun’altra.
Che è il punto.

Qualcuno si chiede come faccia a non entusiasmarmi per questi abiti — è che non trovo alcuna gioia nell’apparenza. Non più.
Da quando sei morto, non ho più avuto motivo per acconciarmi davvero.
Persino Dorian, vedendomi così, ha detto qualcosa come: “Così sembri quasi un po’ più donna.”
Devo ancora capire se fosse una specie di complimento, una presa in giro o una semplice constatazione.
Ho stretto le labbra e sono rimasta zitta.
Non lo sa che da quando non ci sei, nessuno mi guarda più come si guardano le cose che valgono.
E la verità, Rowan, è che non mi importa più. Soprattutto, non in questo momento.
Non quando scappi.
Non quando cambi abiti, abitudini e impari a dormire con un occhio aperto perché potresti essere la prossima a morire.

Non li ho uccisi io, quei tre. Ma ero lì.
E tanto è bastato.
Avevamo appena trovato Sergej, gli stavamo raccontando tutto, quando ci hanno raggiunti: tre uomini con l’emblema del Pugno Fiammante.
Ci hanno circondati. Armati.
E prima ancora che potessi alzare la voce o la falce, Dorian li aveva già fatti a pezzi.
Con la stessa freddezza con cui, a volte, mi dice che sono troppo emotiva.

Adesso siamo tutti ricercati.
E se qualcuno me lo avesse detto, un anno fa, gli avrei riso in faccia.
Tu per primo non ci avresti creduto, Rowan.
Dicevi che certe storie da città non erano per me.
Adesso ho una taglia da ben cinquanta platini sulla testa.
Ci avresti mai pensato che una contadina potesse dare così fastidio?

La prima notte, quando tutto è cominciato, è stato Dorian a mettersi alla porta per controllare la stanza.
Non me lo aspettavo. Non gliel’avevo chiesto.
Eppure l’ha fatto, senza dire nulla, come se fosse normale vegliare l'uno sull'altra in mezzo a un mondo che ci vuole morti.
Qualche giorno dopo, al Braccio Amico, ho trovato il coraggio di chiederglielo io.
Poche parole, forse il mio tono era troppo incerto.
Lui ha risposto appena, freddo, infastidito.
Forse gli sono sembrata una ragazzina che non sa stare in piedi da sola.
O forse ha frainteso — e io non avevo la forza di spiegarmi.
Non volevo altro che un angolo sicuro, qualche ora di tregua.
Non volevo disturbarlo, né che sembrasse… altro.
Solo silenzio. Solo riposo.
Una notte in cui chiudo gli occhi e non sento il cuore martellarmi nelle orecchie.

Domani partiremo per l’Ammantato.
Nelle miniere, forse, c’è la chiave per fermare tutto questo.
La crisi del ferro, le morti, le bugie.
E forse anche un modo per toglierci di dosso la taglia e tornare tutti alle nostre vite.

Io non so se riusciremo.
Non so nemmeno se riuscirò io, Rowan.
Dorian dice che dovrò essere pronta a uccidere, se sarà necessario.
Uomini, non mostri.
Persone.
Non ho mai tolto la vita a un uomo, Rowan. E solo l’idea mi stringe lo stomaco.
Non so se ne avrò il coraggio, o se avrò scelta. Spero solo di fare la cosa giusta.
Di servire davvero a qualcosa, in mezzo a tutto questo.
Di riuscire a fermare la crisi, salvare qualcuno, portare almeno un frammento di ordine dove ora c’è solo caos.
E, magari, tornare.
Non come prima. Ma abbastanza intera da non vergognarmi di ciò che avrò fatto.
Abbastanza "me" da ricordarti chi ero — anche se tu non puoi più vedermi.
Anche se non ci sei più...


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Edited by Secretary_WotSC - 17/5/2025, 00:52

Macomh · 2/6/2025, 16:23:07

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Stanotte, come per tutte le altre, non c’erano sogni.
Solo una stanza troppo silenziosa, la borsa pronta accanto al letto e quella stanchezza che non viene dalle ossa, ma dall’anima.
Dalle giornate spese a vuoto.
Dalle nostre scelte che sembrano non portare mai da nessuna parte.
Da tutto ciò che abbiamo detto e fatto, convinti di fare la cosa giusta — e che invece ha solo fatto marcire le crepe più in fretta.

Lui dormiva davanti alla porta, o almeno ci provava.
Io no. Io contavo le ore, una dopo l’altra.
Poi mi sono alzata. In silenzio.
Avevo preparato tutto: gli appunti, i semi che non avevo ancora piantato, un pezzo di pane avvolto nella tela.
Non era una fuga, Rowan. Era solo bisogno. Il bisogno di tornare a qualcosa che conosco.
A qualcosa che serva.

“Voglio andare al campo,” gli ho detto.

Dorian ha aperto gli occhi.
Mi ha guardata con quell’aria che ha sempre quando pensa di sapere cos’è giusto per te prima ancora che tu abbia finito di capirlo.

“Il tuo campo non vale la tua vita.”

Tagliente.
Come un falco che spezza il volo a un passero.
Come se gli avessi appena detto che volevo gettarmi in un incendio per salvare un mucchio di ortiche.

Ho provato a spiegarglielo.
Che non era il campo, non davvero.
Era il bisogno di tornare dove potevo servire a qualcosa.
Di non restare ferma mentre la crisi peggiora, e chi ha meno è sempre il primo a pagarne il prezzo.

Lui ha scosso il capo, serio come un giudice:
“Ti manca la tua natura? Domani ti prenderò una pianta. Un vaso. Ma ti accontenterai di quello.”

Un vaso.
Un dannato vaso, Rowan!
Ti rendi conto?!
Chauntea ridotta a un suppellettile da davanzale...

Ah Rowan, se ci fossi stato tu… lo avresti strozzato.
E probabilmente non ti avrei fermato.
Io invece ho solo fatto un respiro.
Perché lo conosco.
So che dietro certe frasi non c’è cattiveria.
E’ che ha l’abitudine di tagliare tutto con il coltello del buon senso, anche quando il cuore chiede altro.
Ma non lo fa per ferire. Lo fa perché è l’unico modo che conosce per restare in piedi.
E poi, Rowan, diciamolo: tra noi due, quella con un minimo di autocontrollo sono sempre stata io...

Gli ho risposto che non mi basta una dannata piantina.
Che non sono una specie di contadina smarrita che ha nostalgia del rosmarino.

“Lo faccio perché voglio aiutare le persone a mangiare,” gli ho detto.
“Perché ci sia abbastanza pane per tutti.”

Almeno questo, Rowan.
Almeno la sensazione di essere utile, in mezzo a questa crisi.
Perché a restare qui, ferma, rinchiusa in questi abiti da finta nobildonna, comincio a non riconoscermi più.

Mi ha detto che potrei essere più utile qui.
Viva. Paziente.
Che là fuori stanno sbarrando le porte, che dovrei identificarmi, che c'è una taglia sulla mia testa.
E che se per caso un giorno riuscissimo davvero a fermarla — la guerra — sarebbe anche grazie a me.
Perché io so cose che altri non sanno. E perché forse, tenere me al sicuro ora, significa salvare altri in seguito.

Per una volta, non c’era tono nella sua voce.
Nessun comando, nessuna sentenza.
Solo il peso delle parole dette a chi si rispetta.
"Posso fidarmi di questa Meredith."
Non mi ha chiesto nulla. Ma era come se lo avesse fatto.
Come se mi stesse dicendo: resta. Fidati. Rinuncia ancora, un’ultima volta.

E io…ho lasciato andare la borsa.
Quando mi ha passato la borraccia, con quel gesto asciutto da compagno d’armi, ho capito che era il momento giusto.

"Hai detto che andrai dalla Gilda"

Lo sai, Rowan, che io queste cose non sono mai stata brava a tenerle dentro.
E forse, per un attimo, mi è sembrato possibile parlargli davvero.
Così è uscita.
Come escono le cose che restano troppo a lungo in gola.

Gli ho chiesto se può promettermi che non saranno loro, a decidere il prezzo.
Che non tornerà con un accordo di quelli che poi non riesci neanche a raccontarti da solo.

Non era un’accusa.
Non era nemmeno diffidenza.
È solo che certi tipi li immagini anche senza averli mai incontrati.
Quelli che tendono la mano e poi presentano il conto.
E io non voglio che tocchi a lui — o a chi gli starà accanto — pagare il prezzo del loro “aiuto”.

E poi, c’erano le parole di Anya.
Da quando le ha dette, mi ronzano in testa come un insetto in una stanza chiusa:

“Non ci avete nemmeno provato a cercare altri alleati.”

“Fate come meglio credete… ma non perdete la vostra bussola.”


Aveva ragione.
Ecco perché ho scelto di andare a Candlekeep.
Perché non credo che il marcio si combatta con altro marcio.
Perché a furia di restare immersi in certi ambienti… si finisce per farne parte.

“Proprio perché non siete di quell’ambiente…non vi accorgete quando le cose si mettono male.”


Forse è questo che mi ha spaventata un po'.
Che lui, in fondo, quel mondo lo conosce già.
Che ci è cresciuto dentro.
E che tornare lì… gli sembri più facile che cercare un’altra strada.


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Edited by Macomh - 2/6/2025, 17:15
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