Racconti dal Faerun

Pensieri, racconti e scritti di Marianne Liverto

Marianne Liverto · 29/3/2025, 16:58:11

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Nell’ombra della stanza, l’odore di cera e vaniglia aleggiava nell’aria mentre la fiamma scivolava lungo la pelle nuda. La candela si consumava tra i brividi, mentre la giovane donna mordeva il labbro e sopportava il dolore ogni volta che la fiamma, indugiando troppo a lungo, le infliggeva un’intensa sofferenza. Era pronta a scostare la mano prima che la bruciatura lasciasse un segno.

Le piaceva quel rito, amava osservarsi allo specchio mentre offriva quanto dovuto alla sua Signora, ma questa volta era diverso.

Nel riflesso incontrava il proprio sguardo e non vedeva altro che gli occhi di una ragazzina piena di vergogna.

Il dolce fuoco non era abbastanza. Era il momento di espiare. Si inginocchiò e i suoi profondi occhi nocciola cercarono la piccola pinzetta che aveva appena comprato. Osservò la mano: prima le dita affusolate, poi le unghie, fino a focalizzarsi sul mignolo, mentre il cuore iniziava a batterle forte nel petto.

Con cautela strinse la pinzetta, tenendola salda sull’unghia. La testa le girava: avrebbe voluto considerarlo un preludio alla profonda estasi, ma in cuor suo sapeva cos’era.

Timore. Paura. Incertezza.

Doveva ricacciare quelle emozioni nel loro angolo oscuro ed essere algida, imperscrutabile come Lei. Accettare quel che sarebbe venuto, farlo suo, lasciando che il dolore la dominasse per poi insegnarle a superare queste piccole facezie.

Tirò. Sentì la pelle strapparsi, il dolore farsi lancinante. Tremò mentre la fitta partiva dalla punta del dito e risaliva, come un ago che si insinuava lungo il braccio fino a trafiggerle la testa. Strinse i denti, gli occhi lucidi, incapace di resistere all’urlo del proprio corpo, che rese la mano inferma e inabile a continuare.

La pinzetta cadde mentre Marianne si stringeva la mano dolorante, osservando una goccia di sangue arrossare la punta del dito sotto l’unghia.

Si stese raggomitolata sul tappeto, svuotata dalla volontà, il fallimento pesante sulle spalle. Quel tentativo di ritrovare se stessa l’aveva lasciata esausta.

Cosa avrebbero detto di lei i cari amici di Athkatla? Chissà se, con loro al fianco, ce l’avrebbe fatta. Sicuramente l’orgoglio le avrebbe impedito di mostrarsi debole al loro giudizio.

Ma non erano lì, e da molto tempo non li vedeva. Senza di loro si era sentita sola e smarrita, e questo la tormentava, facendola sentire piccola e insignificante. Almeno fino a quando non aveva trovato nuovi amici.

Amici diversi. Amici a cui, come sempre, nascondeva se stessa. Amici che giudicava. Amici che, a volte, rifiutava di comprendere.

Eppure li cercava, ne sentiva la mancanza e condivideva il loro destino. La facevano sentire protetta e importante.

Ma soprattutto, allontanavano il terrore di restare sola e miserabile, come la bambina che era stata prima di trovare i suoi compagni ad Athkatla. Come si era sentita nei primi incerti mesi a Baldur’s Gate.

Ma poteva davvero avere così poco orgoglio da lasciarsi sopraffare da quei pensieri? Si strinse in se stessa e chiuse gli occhi. Aveva troppe domande scomode per sé, e non desiderava affatto conoscerne le risposte.



Edited by Marianne Liverto - 14/4/2025, 20:37

Marianne Liverto · 30/3/2025, 01:31:59

Aveva cinque, forse sei anni, e osservava timidamente il padre Rodrigo parlare con il fratello maggiore, Riberto.

"Dovremmo rilevare il 25% di quella compagnia mercantile, Padre. Sono sicuro che, con la liquidità offerta ed espandendo la logistica, inizierebbe a produrre profitti tali da moltiplicarne il valore. Io chiuderei l’accordo. Che ne dite?"

Marianne stava lì, in silenzio, osservando l’espressione compiaciuta del padre, gli occhi fissi su Riberto mentre i minuti passavano. Restava muta, inosservata, nell'angolo.

Il suo sguardo si sollevò verso un vaso di cui aveva sentito parlare da una serva: un’eccellente opera d’artigianato tethyriano, apparentemente di grande valore. Doveva essere importante per i grandi, pensò.

Guardò avanti a sé e, con un gesto deciso, spinse il vaso a terra. Il suono dei cocci infranti sul marmo riecheggiò nel corridoio vuoto. Finalmente, Rodrigo e Riberto si voltarono.

Mentre il fratello osservava indolente, il padre si avvicinò per esaminare il danno. Si chinò con un sospiro, facendo scorrere tra le dita un frammento decorato con filamenti d’oro.

Marianne lo fissava, il cuore in gola, aspettando di essere finalmente notata. Ma Rodrigo si limitò a lanciare un’occhiata a un servo poco distante.

"Non ho tempo per occuparmi di questo. Pulisci per terra e porta Marianne in camera", ordinò, senza nemmeno degnarla di uno sguardo o di un rimprovero.

Poi si girò semplicemente, posando una mano sulla spalla di Riberto, e riprese a parlare d’affari, mentre la bambina, con tristezza e invidia, guardava il servo avvicinarsi per portarla via.

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Aprì gli occhi, sentendo la ruvidezza della carta sotto la guancia. Emise un mugolio stanco mentre cercava di scuotere il braccio intorpidito, tentando di capire cosa fosse successo.

Fuori dalla finestra, un uomo accendeva una lanterna, mentre un bottegaio, infilato il cappotto, chiudeva la sua attività per la notte.

Ancora una volta aveva fallito nel tentativo di scrivere una pagina di diario, rimuginando sulle parole così a lungo da addormentarsi nel mentre.

Sospirò e scosse il capo. Aveva perso un intero pomeriggio di potenziali affari, e ora non le restava altro da fare che scrivere qualcosa per concludere la giornata. Decise, dunque, di non attendere oltre e accettare che scrivere qualcosa di imperfetto fosse comunque meglio di non scrivere affatto.


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"29 di Ches, 1368

Non ho mai scritto un diario, né ho mai pensato che fosse davvero utile farlo. In fondo, questi pensieri non posso certo venderli o affittarli, e se qualcuno li trovasse, potrebbe persino mettermi nei guai.

Eppure, eccomi qui, a scrivere, su consiglio di Bertrand.

Dice che potrebbe aiutarmi a capire meglio il mio essere strega. Lui. E sebbene inizialmente gli avessi detto che ci avrei pensato, senza reale intenzione di farlo, alla fine mi sono ritrovata a credergli. Magari, davvero, questo esercizio mi aiuterà a capirmi meglio.

Certo, sospetto che la sua idea sia più un modo per diffondere ancora più scritti nel Faerûn, ma non posso negare che questi poteri, appena scoperti, stiano crescendo e cambiando in modi che nemmeno io comprendo. Forse, una delle chiavi per svelarli è proprio guardare dentro me stessa.

Non ho idea di come iniziare. Scrivere è una cosa nuova per me, quindi tanto vale partire dalle cose più importanti che mi sono successe finora.

Per cominciare, sono ancora in contatto con i miei cari amici di Athkatla. Le loro lettere, nei primi mesi, sono state un sollievo nei giorni in cui vedevo solo il mio denaro diminuire e la mia ansia crescere.

Mi sento un po’ in colpa, però. Ho scritto loro tante cose che non corrispondono alla verità. Dopotutto, la mia vita qui è molto più noiosa e semplice rispetto a quella che vivevamo insieme. Voglio che mi ricordino per come ero con loro: ricca, scaltra ed elegantemente malvagia. Non come questa ragazza indaffarata e piena di problemi che mi sono ritrovata a essere da quando ho messo piede in città.

Eppure, le persone che ho conosciuto ultimamente vedono il dono che scorre nel mio sangue come qualcosa di raro e prezioso, affascinante e misterioso. Io, invece, non l’ho mai considerato tale. Almeno, non fino a poco tempo fa. Per me è sempre stato solo ciò che mi ha strappata a una vita facile e piacevole, vissuta tra le fortune di papà.

Mio padre, invece, mi ha scritto solo una volta. E non solo ha negato qualsiasi altro sostegno, ma è anche rimasto completamente indifferente alla mia situazione. Spero proprio che ora, senza di me a farlo apparire come un raffinato platino, la gente si renda conto di chi è davvero quel drago. Quanto tempo ho passato a spendere e parlare per lui alle feste più belle di Athkatla… e ora? Ora devo farcela da sola.

Per fortuna, vivere in città non è poi così diverso dal muoversi tra le sale di un grande ricevimento. Basta osservare, capire e poi inserirsi nello scorrere della mondanità cittadina. Mi è andata bene: il mio passatempo del cucito è diventato un lavoro, e per fortuna ho ancora qualche nozione di alchimia dagli studi passati. Si sta rivelando parecchio utile, e anche piuttosto redditizio.

Sapere di avere delle capacità che posso vendere mi fa sentire più tranquilla. Almeno, non devo dipendere da nessuno.

Un’altra novità? Ho finalmente trovato degli amici. O almeno delle persone a cui mi sono affezionata. Sono un po’ particolari, certo, ma se non altro riempiono le mie giornate e mi danno qualcosa su cui riflettere.

E qualche grattacapo, ovviamente. Come quella faccenda in cui mi sono ritrovata coinvolta grazie a Bertrand e Kessie. All’inizio sembrava solo un guadagno facile e veloce, ma sta diventando qualcosa di complicato… e pericoloso.

Lo ammetto: ho paura. Vorrei potermene tirare fuori, ma ormai non mi fido nemmeno a lasciar perdere. Ho il sospetto di essere finita sotto gli occhi di persone senza scrupoli. Per questo, in fondo, sono grata di avere accanto quell’energumeno di Kas. Un altro di quei personaggi che ormai mi accompagnano quasi ogni giorno.

Divertente da stuzzicare, anche se prima o poi mi sa che mi prendo pure uno schiaffo. Però ha una strana, rozza saggezza che non mi sarei mai aspettata.

Forse è lui che più di tutti mi spinge a scoprire il mio sangue, talmente è ossessionato dal suo.

Per oggi credo di aver scritto abbastanza. Per qualcosa che, temo, non mi porterà da nessuna parte, direi che è più che sufficiente. Se mi verrà voglia, magari scriverò ancora."



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:33

Marianne Liverto · 1/4/2025, 03:05:21

31 Ches 1368

Oggi pomeriggio ho creduto di morire.

Ero con Kas, intenta a seguirlo nella sua folle ossessione di abbattere un altro ankheg. Detesto quelle creature. Ma ho pensato che fosse un buon modo per usare la mia magia, per mettermi alla prova. Magari, chissà… per scoprire qualcosa di nuovo.

Non l’avessi mai fatto.

Avevo visto Kas combattere più volte. Sapevo che il mio compito era solo supportarlo con la magia, nient’altro. Ma questa volta… qualcosa è andato storto. Un colpo improvviso. Il suono secco della pinza della bestia che colpisce. Kas che barcolla.
E l’ankheg che si avventa su di lui.

Un brivido mi ha percorso la schiena. Ho sentito il panico chiudermi la gola. E se fosse toccato a me? Se quella creatura mi avesse trascinata sottoterra, tra le sue fauci, e avesse fatto a pezzi anche me?

Non ho pensato. Non potevo pensare.

Ho solo sentito la magia esplodermi dentro, bruciare lungo le dita. Ho evocato un dardo. Poi un altro. E un altro ancora. Li ho scagliati senza fermarmi, con una furia che non mi apparteneva, con una rapidità che non sapevo di avere.

La creatura si è contorta, ferita. Ha esitato. Un istante. Uno solo. Ma tanto è bastato. Kas le ha sferrato il colpo di grazia.

E poi silenzio. Solo il battito frenetico del mio cuore nelle orecchie.

Mai, mai avevo sentito la magia scorrere così potente dentro di me. Così naturale. Così viva. Quando ho alzato lo sguardo, Kas mi stava fissando. Nei suoi occhi c’era qualcosa di diverso. Forse sorpresa. Forse ammirazione. Mi ha sorriso. Si è congratulato con me.

E io? Io ero ancora scossa. Ancora tesa. Ma sotto tutto quel terrore, sotto l’ansia… c’era qualcos’altro.

Un brivido di pura, assoluta esaltazione.

Sono davvero migliorata?



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Davanti allo specchio, si stava sistemando le trecce, poi si fermò a osservarsi per qualche istante. Aveva ancora in testa quell’orribile insetto.

Poteva morire lì, in quel bosco. E con lei, la sua vanità. Il pensiero la mise a disagio. Sospirò e si avviò giù per le scale, decisa a raggiungere Kas al bancone.

Kas sembrava più simile a un orco di quanto lui stesso potesse immaginare. Quel suo carattere violento, il corpo ridicolmente grosso e muscoloso… persino l’espressione che assumeva quando grugniva in risposta a qualcosa aveva un che di bestiale.

In un certo senso, le faceva paura. Un gesto di stizza, un movimento brusco, e con quel braccio massiccio avrebbe potuto spezzarle il collo con estrema facilità.

Eppure, più di una volta, era stato l’unico muro tra lei e il pericolo.

Un muro che, per la prima volta, le era sembrato sul punto di sgretolarsi… lasciandola sola, in balia di un mostro mangiauomini.

Scalino dopo scalino, la sala sottostante si aprì alla sua vista. E finalmente lo vide.

Kas era seduto, curvo su un calice di vino. La sua mente cominciò a vagare.

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"Se solo fosse più forte, avrebbe potuto proteggermi meglio."

L’aria si fece leggera, la testa come immersa in un mare di nebbia colorata. Osservò il suo braccio grottesco, mentre i contorni si facevano sfocati. Qualcuno avrebbe potuto pensare che lo stesse guardando con attrazione, ma non era così.

Nella sua mente, visioni di guerra, urla, dolore. Si mescolavano con l’immagine di quello strumento di morte: muscoli tesi, pronti a scatenare una brutalità inarrestabile.

Non capì come la sua mano arrivò a sfiorare la pelle di Kas, a percepirne le fibre sottostanti. Lui si voltò, confuso. E lei…

Non si accorse nemmeno della magia che fluiva dalle sue dita.

Un’energia pulsante, vibrante, si insinuò nel corpo dell’uomo, rafforzandolo, potenziandolo.

"Se solo fosse più forte, avrebbe potuto proteggermi meglio."

Lo pensò ancora.

E poi, il buio.

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Marianne riaprì gli occhi, confusa.

I contorni sfumati del sogno lasciavano lentamente spazio alla realtà. Era ancora nella locanda. E se non era crollata a terra, era solo perché un braccio la sorreggeva.

Quando alzò lo sguardo, vide il volto di Kas. Un’espressione estasiata gli illuminava il viso. Stringeva ancora la sua mano.

Le venne un colpo.

Si scostò di scatto, finendo a terra in modo piuttosto maldestro. Cosa diavolo ci faceva appesa a quel troglodita?

Poi, lentamente, i ricordi riaffiorarono.

Kas la guardava, entusiasta, parlandole della forza che aveva ricevuto. Ma Marianne non sapeva se sentirsi fiera… o preoccupata.

Da un lato, nuovi poteri si erano manifestati. E questo significava che era sulla strada giusta per scoprire ancora di più su sé stessa.

Dall’altro, ancora una volta, la magia era scivolata fuori dal suo controllo.

E se fosse stato un incantesimo meno innocuo? In che guai si sarebbe cacciata?

Sospirò. Alla fine, era comunque un mezzo successo. Guardò Kas.

"Che il diario abbia davvero aiutato?"

Lui non sembrava affatto convinto.



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:34

Marianne Liverto · 4/4/2025, 03:54:45

Spoiler


Era ormai notte fonda, e nella locanda solo Kas e Marianne erano rimasti.

Marianne era felice: dopo tanto tempo aveva finalmente potuto vestire due giovani donne, dopo settimane passate a confezionare abiti per i gentiluomini del Gate.

Anya e Meredith si erano rivelate due clienti piacevoli, e la giovane sarta si era sbizzarrita a mostrare modelli di ogni tipo — alcuni più, altri meno audaci — finché non avevano trovato uno stile sobrio ma elegante per la serva di Chauntea, e uno decisamente da far girare le teste per l’adepta di Sune.

Decise di investire su entrambe: Anya avrebbe portato il suo nome tra la comunità di Sune, mentre Meredith forse le avrebbe fornito materiali da tessere — lino, seta o cotone che fosse.

Fecero abbastanza tardi, perdendosi tra i vari modelli, e ormai nella sala pochi clienti ancora sostavano. Tra loro, Kas.

Quando Meredith si congedò, le due donne si sedettero con l’uomo, parlando del più e del meno.
Kas non sembrava di ottimo umore, e forse tutto il vino che aveva bevuto non avrebbe aiutato a migliorare la situazione.

Quando anche Anya si stancò di spiegare all’energumeno quanto la dolcezza non fosse un male, Kas e Marianne rimasero da soli.

«Sono stanco,» disse Kas, alzandosi.

Marianne alzò lo sguardo, salutandolo con un cenno, ma il calishita non si mosse. Anzi, la fissava, finché, spazientito, non le disse:

«Quanto devo aspettare?» incalzò Kas.

Marianne lo guardò, spiazzata.
«Perché, adesso non sai salire senza di me?» rispose, senza pensare troppo alla situazione. Era stanca, e in fondo voleva andare a dormire anche lei.
«E va bene…»

Salì le scale senza pensarci troppo, e fece per andare verso la sua stanza, quando il gigante la richiamò, perplesso.
Non sarebbe stato così semplice andarsene a letto.

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"2 Tarshak 1368

Sono un po’ scossa. Oggi Kas mi ha fatto un po’ paura.
Non è la prima volta che dice qualcosa a proposito del trovarlo in stanza, ma non l’ho mai visto tanto disperato e insistente.
Continuava a incalzarmi con le domande, ed era particolarmente insistente.
Forse era il vino, non lo so. Forse, vedendolo così aggressivo nell’approccio, mi è tornato in mente quello che Aalyah mi disse di lui.

Dice che sto troppo vicina a lui per non avere interessi, e questo mi ha fatto male.

Male a me, che dovrei essere colei che fa male agli altri.
Ho detto in tutti i modi quanto non mi piacesse, lui, quanto non lo desiderassi, quanto non lo vedessi in quel modo.
Ho provato, come dovrei, a minare le sue certezze, a farlo vacillare. Ma qualunque cosa provassi a fare, ero io in difficoltà.
Ero io quella impaurita da quel suo rozzo e prepotente modo di chiedermi qualcosa che non desideravo affatto offrire.

Più vacillavo, più temevo un passo avanti da parte sua.
Non so come, o in che modo l’ho convinto, ma mi dà l’impressione che mi consideri come qualcosa che gli spetta. Come fa con tutto il resto.

Mi ha detto di andare, ma che avrebbe ucciso qualsiasi altro uomo se lo avesse visto con me.
Mi si è gelato il sangue, e mi sono chiusa in camera con un groppo in gola.

Ed ora sono qui, in piena notte, senza riuscire a dormire.
Non mi ha nemmeno sfiorata, eppure ho paura.
È ingiusto forse. Kas non è mai stato così.
Anzi, mi ha protetta in più di un’occasione.

Spero solo che fosse il troppo vino."

"3 Tarshak 1368

Questo diario non so se mi aiuterà mai con i miei poteri da strega, ma almeno sembra calmarmi.
Ne ho bisogno…

Se mi vedessero i miei amici ora, sarei lo zimbello di tutta la compagnia, ma non riesco a farne a meno…

Oggi mi sono confidata con Talmos sulla faccenda di ieri sera.
Kas stamattina ha fatto finta di nulla, e sembrava il solito. Come se niente fosse cambiato.
Eppure le parole di ieri… non riesco a dimenticarle.

Se non altro, mi sono un po’ calmata.
Credo anche per lui fosse solo il troppo vino.
D’altra parte, ha aiutato entrambi.
E forse sono anche io troppo tesa, troppo preoccupata.

Mi ha detto che mi aiuterà, ma di non preoccuparmi, e mi ha dato una pergamena speciale, per nascondermi in caso di difficoltà."

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"4 Tarshak 1368

È andato tutto per il peggio.

Mi sento in una maniera orribile, io, che dovrei essere sempre dall’altra parte.

Sembrava una bella serata, e mi stavo divertendo.
Forse sarà stato per sentirmi più forte, forse per non pensare di aver paura o di sentirmi una vittima, ma ho scherzato su Kas.
Uno stupido scherzo sull’immaginarlo grasso a furia di bere e mangiare i manicaretti di Talmos.

E se volevo farlo inviperire, ci sono riuscita. Anche troppo…
E non ero pronta per quello che ne è seguito.

Kas si è alzato con una tale rabbia, e mi ha urlato addosso che mi avrebbe presa per il collo e mi avrebbe strozzata se avessi parlato ancora.

Mi sono sentita annichilita.
Sono crollata, appiattendomi contro il banco dietro di me, con lo sguardo basso e la paura a paralizzarmi il corpo.
È stato orribile.
Ma il peggio è che Talmos, Dardan, Aalyah e Anya, persino l’elfo, Arin, hanno assistito alla scena.

Hanno avuto pena per me, e si sono messi contro Kas, finendo per creare una situazione così tesa da rendere il seguito ancora più penoso dell’inizio.
Dardan, rigido com’è, era inamovibile.
La minaccia che avevo ricevuto non sarebbe rimasta impunita.
E a me non restava che farmi trascinare via da Talmos con le altre ragazze, con Anya e Aalyah che mi rincuoravano, mentre Kas non voleva cedere alla voglia di Dardan di portarlo a scontare il dovuto per gli eccessi della serata.

Un po’ tutti in locanda abbiamo cercato di calmare Kas e di far desistere Dardan.
Tuttavia, per quanto Kas sembrasse voler lasciar perdere tutta la faccenda, per la rigidità di Dardan non c’è stato nulla da fare.

Messo all’angolo, Kas ha fatto l’unica cosa che sa fare: restituire quello che pareva un affronto.
Si sono picchiati malamente, ed alla fine Dardan è riuscito a metterlo a terra con un bel pugno, per poi portarlo via.

Ho avuto, e ho, paura che Kas sia veramente arrabbiato con me ora, e che forse addirittura mi consideri una nemica.
Forse la prossima volta che mi vedrà davvero, mi prenderà per il collo.

Ed è lì che sono scoppiata a piangere come una scema, al pensiero di aver fatto tutto quel casino con una battuta stupida, per poi far anche peggio facendomi piccola quando mi ha urlato addosso.
Ho fatto una figura patetica, facendomi consolare dalle persone attorno. Io, che ad Athkatla avrei riso di una come me.
La testa mi scoppiava ed era così pesante… e mi sentivo così frustrata che non riuscivo a smettere.

Ho provato almeno a mantenere un po’ di dignità e a nascondermi in camera, per non farmi vedere così.

Nemmeno quello ho potuto fare.
Le signorine Anya e Aalyah sono venute a bussare alla mia porta per vedere come stavo, e mi sono rimessa a piangere per la vergogna di essere crollata poco prima.
Hanno cercato di convincermi che non fosse poi un dramma… eppure a me pesa essere stata vista così da tutti.

Detesto aver lasciato quell’immagine di me, e di esserne io la causa.
Detesto la reputazione e le chiacchiere che ne verranno.

Se non altro, almeno mi hanno calmata, e confidarmi mi ha fatta sentire meglio.
Ma mi chiedo dove sto andando a finire.
È strano vedere persone che conosco a malapena preoccuparsi per me.
D’altra parte, tutto qui è strano, a confronto della mia amata Athkatla.

Queste situazioni però mi stanno facendo impazzire.
Non dovrei essere così."



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:42

Marianne Liverto · 10/4/2025, 18:07:43

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Salì le scale in fretta, senza guardare indietro, fuggendo dal tavolo senza dire una parola.
Si sentiva terribilmente stupida per essersi fidata, solo per trovarsi ancora una volta impaurita da lui, ancora ferita dall’essere trattata come una proprietà.

Non voleva, eppure ancora una volta era stata troppo debole. Ingenua.

Aprì la porta di corsa, la richiuse alle sue spalle e vi si appoggiò contro, come a voler lasciare il mondo chiuso fuori, mentre la rabbia la divorava.

Tirò il cassetto sotto lo specchio, singhiozzando, e da lì prese la pinza che aveva comprato.
La strinse attorno all’unghia e tirò con forza, senza fermarsi. Serrò i denti mentre la vista si annebbiava, lasciando cadere l’unghia a terra.

Il dolore le attraversò il corpo come una scossa, facendola piegare su se stessa.
Le lacrime che aveva trattenuto fino a quel momento iniziarono a scorrere — ma non per tristezza. Solo per quell’intensa sensazione che le paralizzava il corpo, le toglieva il fiato, le svuotava la testa. La liberava.

Il cuore le batteva forte, all’impazzata, mentre si abituava a quel dolore lancinante.
Ora, più calma, sollevò il capo e si guardò nello specchio. Aveva un aspetto orribile: le lacrime mescolate al trucco, i capelli scompigliati.
Ma, per la prima volta dopo tanto tempo, era calma.

Sorrise guardando il riflesso della propria mano nello specchio.

Ce l’aveva fatta. Aveva superato quel dolore.
E ora era in piedi. Calma. Forte.

Si lasciò cadere sul letto, ormai svuotata, e sfiorò tremante la carne viva.

Nessuno l’avrebbe privata della sua vita. O della sua felicità.
Non sarebbe più appartenuta al dolore, non per uno come lui.

Non sarebbe mai più stata debole in sua presenza. A qualunque costo.

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"8 Tarsakh, 1368

La mia risoluzione sta andando bene. Ormai sono giorni che rispondo a quel troglodita per le rime. Lui si arrabbia, minaccia… ma non fa nulla, e io lo tratto semplicemente come merita. Mi dice di non illudermi di essere alla sua altezza.
Vedremo, Kas… vedremo quando mi costringerai a piegarti la mente.

Dovrà capirlo, in un modo o nell’altro. Penso di averlo intuito, in parte. La vita non gli ha dato gli strumenti per comprendere certe cose, ed è forse ossessionato da ciò che non ha mai avuto, mentre chi possedeva tutto faceva ciò che voleva. Ma non è affar mio, né ho voglia di provare pietà.

Capirà con le buone o con le cattive. E forse, in fondo, vedermi arrabbiata — sentire che l’ho persino detestato — lo ha scosso, almeno un po’. Solo il tempo dirà se è la sua indole o se è semplicemente l’abitudine a mancargli. Nel frattempo, meglio che capisca una cosa: io me la cavo benissimo da sola.

Io appartengo solo a me stessa."



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:46

Marianne Liverto · 14/4/2025, 20:35:30

Si vergognava un po’, ma non aveva altra scelta. L’ordine era stato fatto, e non era affatto soddisfatta di quegli ultimi dettagli che proprio non riusciva a farsi piacere. Così si era ritrovata seduta su una panchina dell’ufficio della Lega dei Mercanti, ago e filo in mano, mentre cercava di sistemare quell’inezia che tanto la tormentava.

Assorbita dal lavoro, non si accorse affatto che qualcuno si stava avvicinando. Quando la donna che lavorava lì come commessa le rivolse la parola, si sentì colta in fallo e si vergognò come una ladra.

«Perdonatemi… Sto disturbando, vero?» disse Marianne, con tono esitante.

«Oh no, affatto. È solo che vi vedo lavorare da un po’ e mi chiedevo: perché non fate parte della Lega?»

Gli occhi di Marianne si illuminarono.

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"10 Tarsakh 1368

Oggi è stata una bella giornata, nonostante tutti i gomitoli sparsi sul letto per quell’ordine che mi hanno commissionato.
Mi è stato proposto di entrare nella Lega dei Mercanti, e in qualche modo… mi ha resa felice.

Lo so, probabilmente non è né raro né particolarmente difficile, ma il fatto che la commessa mi abbia notata e abbia pensato a me per qualcosa del genere… mi ha fatto stare bene. È come se la città finalmente si stesse accorgendo della mia presenza, e io stessi, piano piano, diventando parte di qualcosa.

A quanto pare, la Lega è composta per lo più da artigiani. Non è la più grande delle compagnie, ma è ben radicata e non sembra comportare i rischi che avrei unendomi ad altri gruppi. E questo, sinceramente, non mi dispiace. Anzi…

Pare che, se dovessi dimostrarmi brava, ci sia persino un direttivo a cui potrei ambire. Non so se è davvero ciò che voglio, ma… perché non provarci? Anche solo per avere un obiettivo da inseguire. Un sogno, per quanto piccolo.

Con tutta la negatività che mi circonda, e i problemi in cui sono invischiata, avevo davvero bisogno di un’opportunità del genere. Sono giorni difficili. Mi consumano.

Non ho mai pensato di desiderare una vita normale… ed eccomi qui, a contemplarne una.

Forse dovrei parlarne con Talmos. Potremmo aprire una bottega, e sembra che non sarebbe un problema.

Spero solo che le faccende in corso non si mettano di mezzo."



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:47

Marianne Liverto · 27/4/2025, 14:49:57

Spoiler


Era paralizzata.
Il rumore della mano che le colpiva la guancia, seguito dal bruciore della pelle, arrivarono inaspettati. La mente non riusciva a comprendere cosa fosse accaduto, mentre il fischio nell’orecchio andava lentamente attenuandosi.
Il cuore accelerava al sentire il dolore. Non era forte, così come non era stato forte lo schiaffo che aveva appena ricevuto.
Quel che faceva più male era l’umiliazione di essere stata lei stessa la causa del proprio dolore. In fondo, si era innamorata sapendo bene chi fosse lui. Si era convinta da sola che stesse cambiando. Lo aveva umanizzato, e poi si era affidata a lui.
«Perché tu no detto di uomo altro!»
Con quale diritto? Come se non avesse potuto avere una vita prima di lui, e ora doveva persino renderne conto. Era ingiusto, e iniziò a singhiozzare, incapace di trattenere le lacrime che scivolavano inesorabilmente lungo le guance.
Non era paura. Quella l’aveva sconfitta da tempo. Si sentiva ferita e isterica.
«Lasciami andare. Ma quanto sono cretina... Era una stronzata dall’inizio.»
Non voleva più restare in quella stanza. Kas sembrava ammorbidirsi, eppure, nelle sue parole, era sempre lui a permettere, a concedere, a giustificarsi con il volerle bene. E lei? Cosa voleva essere davvero? Voleva forse ridursi a essere soltanto un’estensione di quell’uomo, in balia del suo umore, al punto da dover stare attenta persino al suo passato?
Avrebbe dovuto essere un bel ricordo, invece Marianne ora provava disagio persino a stare nel proprio corpo. Quello sarebbe stato tutto ciò che avrebbe ricordato di quella sera, negli anni a venire.
Era tutto rovinato.
Si rivestì in fretta e, quando sentì la presa sul braccio, si voltò furiosa.
«Lasciami!»
sibilò, e una barriera magica si creò dal nulla tra loro. Marianne nemmeno badò alla comparsa di quel nuovo potere: aveva desiderato una barriera, e la barriera era apparsa. Non che qualunque cosa fosse avrebbe potuto fermarlo davvero, ma fu abbastanza per spaventarlo e lasciarla.
Si alzò dal letto senza prendere nulla: ormai teneva ben poco nella stanza da quando le serrature non erano più affidabili, e si diresse verso la porta. Sentiva l’urgenza di allontanarsi da lui, non importava dove, purché scomparisse dalla sua vista.
Kas tentò di convincerla delle sue ragioni. Forse era anche sincero, mentre professava quanto tenesse a lei. Ma a Marianne non importava più: doveva soffrire, come e più di lei.
«Non me lo meritavo» disse, delusa e arrabbiata.
«Fino a ieri cercavi di scopare qualsiasi donna ti capitasse a tiro, e ora fai questo a me?»
Le parole uscirono cattive, velenose, con il solo intento di ferirlo. E in parte ci riuscì, ma non bastò a levarle di dosso l’amarezza e la vergogna. Senza voltarsi, attraversò la porta e poi il corridoio, seguita da Kas che continuava a implorarla di restare.
“Scusa” É tardi per le scuse
“Ho fatto perché vuole bene” non mi interessa questo bene
“Non lascio te sola.” Sparisci, e lascia che sparisca anche io

Marianne prese la pergamena dalla sacca che Talmos le aveva donato. Lesse le parole incise su di essa e scomparve, lasciandolo solo nella notte, a urlare il suo nome.
«Almeno mi ricorderai.»

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“ 25 Tarsakh 1368
Sono a pezzi, e non so cosa fare.
Ho passato la notte con Kas, e in cambio ho ricevuto uno schiaffo.
Mi è andata pure bene ha detto, che non fosse stato per le parole di Talmos sarebbe finita anche peggio. Ma come osa?
Quanto sono stata cretina.... Sono uscita nella notte dal Canto, e non so quando — o se — vorrò tornarci.
Pensavo che stesse cambiando, che stesse imparando cosa significa vivere qui, cosa vuol dire amare...
E invece non è cambiato niente.
È sempre lo stesso di prima, ed io mi sono solo illusa che ci fosse qualcosa di più dietro a quello che avevo visto la prima volta che l’ho incontrato.
Non l’ho più visto da ieri, da quando l’ho lasciato per strada al Gate.
Spero stia male. Spero soffra, come — e più di quanto — sto soffrendo io.”


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“ 26 Tarsakh 1368
Ho retto un giorno di guerra prima di stancarmi.
Ho inoculato tutto il veleno che avevo, come una vipera.
Gli ho detto qualsiasi cosa potessi per fargli male, osservando ogni sua reazione mentre quelle parole gli entravano dentro, facendolo arrabbiare.
Poi l’ho visto arrivare, con quel suo carretto pieno di pepite, mentre io osservavo senza speranza un falcetto sciolto.
Era tranquillo, attento. Colpevole, forse? O ero solo io esausta di detestarlo?
Non lo so nemmeno io. Ma ho camminato un poco con lui. Alla forgia mi sono fermata a osservarlo, e poi gli ho preparato dei picconi per il giorno dopo.
Ero calma, ma diffidente.
Mi ha chiesto di salire con lui in camera, per darmi una cosa.
Ho avuto timore che fosse un’altra scenata, ma una parte di me voleva vedere, voleva sapere.
Anche a costo di farmi male.
È stato strano rientrare nella solita stanza. Anche se era passato così poco tempo, l’odore delle candele era ancora lì.
Ero tesa mentre lui cercava qualcosa dietro il letto.
Calle.
Le ho prese, assieme alle sue scuse.
È stato strano vederlo tanto dimesso, sincero nel tono.
E ho fatto la cosa che più detesto fare: piangere.
Almeno non era per tristezza, anche se non mi sarei mai aspettata di essere così emotiva.
Forse sono davvero una cretina: mi sono riavvicinata a lui.
Non so ancora cosa sarà.
Credo che stia cambiando, senza nemmeno rendersene conto.
Sta scoprendo sentimenti che prima non si poteva permettere di avere, e ora si ritrova terribilmente impreparato a viverli.
Non è una giustificazione, e non voglio né perdonarlo né dimenticare.
So che non sarà mai perfetto, so che soffrirò ancora, e ancora, vedendolo rialzarsi e cadere a mie spese.
Eppure, penso di essermi innamorata.
È una nuova sofferenza che devo provare e fare mia?
O finisco per cedere, senza nemmeno rendermene conto, vedendolo tentare di essere gentile con tutto lo sforzo che gli costa farlo?
È come se sapessi di sbagliare, eppure non riesco a evitarlo.
Vorrei essere glaciale e impassibile come la mia Signora.
Eppure... non mi riesce.”



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:56

Marianne Liverto · 1/5/2025, 17:35:35

Spoiler


Non ebbe che il tempo di avvicinarsi all’ingresso della grotta, che il padrone di casa si stava già avventando su di loro.

Marianne osservò, terrorizzata, Joakim e Kas mentre quella creatura balzava addosso a loro. Era grottesca: una grossa testa di leone affiancata dal muso ottuso di una capra, e dalla schiena si staccava sinuosa una serpe, sibilante e famelica, alternandosi nei morsi alla lunga coda di scorpione.

Marianne non conosceva il nome di quella creatura – una maestosa chimera – ma imparò presto a temerne la ferocia mentre vedeva Kas in difficoltà. Il sangue di efreeti riuscì appena a infastidirla con un fendente, poi guardò gli altri e tentò la ritirata.

La bestia si alzò in volo, lanciandosi all’inseguimento del selvaggio caliscita, mentre Marianne iniziava a scagliare, uno dopo l’altro, dardi incantati e raggi di fuoco nel cielo. La creatura ruggì, ferita alle ali, e finì per atterrare rovinosamente in una radura, ignara della donna che l’aveva appena colpita.

La giovane amnita osservò attonita ciò che aveva fatto. Il cuore le martellava nel petto, ma alla paura si sovrappose qualcosa di più oscuro, più profondo. Eccitazione. Un desiderio mai provato prima la spingeva avanti, come una lupa attratta dall’odore del sangue.

I suoi compagni erano lontani. Solo il vento le sussurrava all’orecchio, mentre il bisogno feroce di sopraffare quella bestia le invadeva il corpo.

Un nuovo raggio di fuoco esplose dalla sua mano, attirando lo sguardo della chimera. La bestia, ancora forte sulle zampe, ruggì con furia e si lanciò in una carica selvaggia. Marianne non arretrò, la sofferenza e la rabbia della creatura non facevano che renderla ancora piú risoluta nel suo intento. Tre dardi si materializzarono con naturalezza tra le sue dita, cercando la testa di capra e provocando un lamento straziante dalle altre due bocche.

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Urlò, Marianne, pronta a congiurare il colpo di grazia. Ma la chimera le saltò addosso: un arco artigliato cercò di reciderle il braccio. Per sua fortuna, gli artigli la sfiorarono soltanto, ma non senza lasciarle profonde ferite tra la spalla e il braccio. Urlò di dolore e rabbia, e sulla punta delle dita un ultimo incanto prese forma. Lo scagliò con furia, direttamente tra le fauci della creatura.

Gli occhi delle tre teste si rovesciarono all’indietro, e la bestia cadde, pesante, sul terreno arido e polveroso.

Marianne restò sola, davanti al cadavere. Ferita e sanguinante, ma più viva che mai. Dolorante, eppure deliziata da sensazioni nuove. Aveva desiderato la morte di quella creatura, e l’aveva ottenuta. Il gusto del potere era più dolce di quanto avesse mai immaginato.

Quando Kas e Joakim finalmente la raggiunsero, la guardarono stupiti. Lei si limitò a minimizzare, accennando un sorriso stanco.

In fondo, aveva fatto qualcosa di stupido. Aveva corso un rischio assolutamente inutile, solo per inseguire un brivido del momento, di cui nessuno avrebbe saputo e da cui nessuno avrebbe tratto beneficio.

Eppure, si era sentita bene. In estasi.
Per una volta, si era sentita predatrice.



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:57

Marianne Liverto · 11/5/2025, 12:03:18

Maglietta bianca e pantaloni comodi, Marianne correva — o almeno ci provava — per le strade attorno al Canto dell’Elfa. Non si era nemmeno accorta di aver messo su del peso, e tantomeno aveva notato quella tendenza ad addentare frolle e biscotti ogni qualvolta qualche preoccupazione la attanagliasse.
Il risultato era, ahimè, chiaro. A parte la delusione di Kas, ancora più importante era il fatto di non riuscire più a entrare in molti dei suoi vestiti.
Il calishita era stato categorico: quel peso andava perso, e correre avrebbe aiutato. Marianne non ci credeva poi molto, ma a malincuore si mise a seguire le indicazioni.
Le sembrava di correre da un’eternità, anche se erano passati solo pochi minuti, quando incontrò sul suo percorso Dorian, che la guardò incuriosito.
Marianne spiegò la situazione: aveva messo su qualche bel chilo, e le premeva tornare come prima, anche se non era sicura che quella fosse la strada giusta. Dorian, tuttavia, sembrava condividere il pensiero di Kas, e anzi, le diede un’alternativa.
Un allenamento che avrebbe avuto lo stesso effetto, oltre a prepararla per le future esplorazioni a cui si era recentemente interessata.
«Sarà più utile e divertente di questa stupida corsa.»
Annui sicura. — Poco sapeva di cosa si sarebbe trattato.

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Bastone alla mano, tentò di colpire Dorian, ma ebbe una reazione inaspettata. Il suo colpo di risposta arrivò forte e preciso, e il dolore intenso la fece piegare su se stessa, resistendo per miracolo al successivo tentativo di buttarla a terra.
Marianne lo guardò allibita, non abituata.
«Devi imparare a ignorare il dolore, gestirlo, conviverci.»
Provò un senso di vergogna. Aveva ragione, e non solo: lei più di chiunque altro doveva riuscire a convivere con la sofferenza. Invece non aveva nemmeno notato quanto dovesse essere ovvia quella frase, avendoli visti combattere più e più volte, cercando di farsi forza anche dopo i colpi subiti. Invece lei era lì, piegata.
«Va bene, hai ragione… ci proverò.»
Annui e riprese il bastone in mano. Cercò di colpirlo mantenendo la distanza. Dorian rispondeva con meno foga rispetto al primo colpo di avvertimento, ma il bastone la colpì dolorosamente più e più volte: agli stinchi, alle braccia, alle gambe.
Cercava con tutta se stessa di ignorare il dolore che la fiaccava, ma diventava sempre più difficile. Il dolore aumentava, e la coordinazione e la forza venivano meno. Per quanto la testa cercasse di andare avanti, il corpo gridava di fermarsi. Il ginocchio le cedette, e Dorian, senza troppa galanteria, le tolse quel poco equilibrio che aveva, facendola cadere rovinosamente a terra.
Le puntò il bastone verso il capo.
«Ora che fai?»
«Muoio…» disse, certa di non avere nessuna risposta. «O forse no?»
Ci ripensò e pose il palmo verso di lui.
«Brucia» disse, senza convinzione.
Rimasero ancora a lungo a parlare di come il dolore andasse gestito, accettato, anticipato. Di come il corpo, nel tempo, avrebbe addirittura imparato a incassare.
Aveva ragione Dorian, e ad ogni parola Marianne si sentiva più stupida e superficiale, per quanto quell’uomo capisse la sofferenza in maniera più piena e profonda di lei.
«Ti ringrazio, Dorian» disse con un sorriso stanco.
«Non ringraziarmi, lo faccio per aumentare le nostre possibilità» disse, e si fece avanti, dando a tradimento un pugno nello stomaco.
Non era forte, ma la sensazione di vuoto e dolore fece piegare Marianne in avanti, facendole scendere una lacrima mentre, malgrado il suo ego le urlasse di stare dritta, a malapena riusciva a tenersi in piedi.
Ne era uscita battuta su tutta la linea, in un modo che Dorian non poteva nemmeno immaginare.
Quando si riprese, lo guardò incredula. Capiva il senso delle sue azioni, tuttavia ancora non concepiva di essere stata davvero colpita in quel modo.
«Adesso… devo andare, si è fatto tardi.»
Dorian la guardò, ponendole una semplice domanda.
«Vuoi ancora allenarti, allora?»
Marianne annuì.
«Certo, devo» disse, sorprendendo l’uomo, come se Dorian si fosse aspettato una lamentela o un rifiuto.
Non poteva sapere quanto l’orgoglio di Marianne ne sarebbe uscito distrutto se avesse rifiutato di continuare.
La giovane donna se ne andò, inquieta e preoccupata al pensiero della prossima sessione.



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:58

Marianne Liverto · 2/6/2025, 21:25:59

Qualcosa avvenne nella notte



"30 Mirtul 1368,

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L’ultimo segreto che avevo con Kas è caduto, e sono grata di esser incolume, e soprattutto libera. Da quando non vedo i miei amici carissimi di Athkatla non ho mai più avuto qualcuno con cui essere completamente aperta e trasparente.
Eppure, non è stato senza conseguenze.
Mi ha aiutata a modo suo a capire meglio cosa alberga nel mio animo. Temo di essere meno forte, determinata e cattiva di quel che deliziosamente immaginavo.
Come se quel che a me sembrava tanto importante ed intenso non fosse che un gioco da bambini annoiati. D’altra parte, viziata e senza direzione lo ero eccome.
Ma ora, cosa dovrei fare? Temo la via vecchia, ma non per remore o sensi di colpa: semplicemente temo di non essere quella che pensavo, e che la mia devozione non sia profonda e sincera quanto credevo…
Dovrei aprirmi alle possibilità, e forse alla conoscenza delle forze divine che governano il mondo, e capire se io non debba cercare la mia ispirazione altrove.
Stimo ed adoro ancora la mia signora, ma seguirne i passi potrebbe non essere giusto, se non ho la forza di farlo fino in fondo.
Forse dovrei ascoltare Faelorien, coltivare un po’ più il mio potere. Magari, chi lo sa, comprenderne la vera natura anche se mi spaventa, ma non posso continuare a mentire a me stessa.
Era bello, fino a che è durato, essere completamente a mio agio seguendo la corrente, senza troppo preoccuparmi, ma ora la mia vita dipende solo da me. Non dagli amici, non da mio padre, non da mia madre.
Ora è tempo che io pensi per me, come dice Kas."



Edited by Marianne Liverto - 8/6/2025, 01:58
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